E' proprio vero che qui in Italia ci si odia troppo per ragioni
politiche? E' un fatto di cui preoccuparsi oppure un'altra pensata
mediatica di quelle un po' sgangherate che affliggono i nostri tempi
e noi? Perché l'odio è un problema terribilmente serio.
L'odio, quello vero, uccide e rovina. L'odio è sicuramente
più pericoloso di tutte le altre malattie che affliggono
l'umanità. E non è sufficiente a tranquillizzarci
il fatto che se ne stiano occupando pensatori del calibro di Feltri,
Ferrara, Guzzanti, Politi ecc. , persone a cui, con tutta la buona
volontà, è difficile riconoscere qualche tipo di autorevolezza.
Che tra noi umani non ci si voglia troppo bene è noto dai
tempi dei romani e dei galli, dei guelfi e dei ghibellini, dei cattolici
e dei protestanti fino alle più recenti brigate rosse, agli
squadroni della morte, e ai vari tipi di assassini, terroristi e
torturatori che girano di questi tempi. E di queste cose seriamente
per esempio si occupa Amnesty International.
Negli ultimi tempi, in Italia, gli episodi particolarmente gravi
di violenza sono stati abbastanza isolati e controllati. I fatti
di Genova hanno suscitato una ferma risposta civile nel paese, che
ha posto un limite alle velleità violente-illegali-autoritarie
care agli (ex)-fascisti. Le brutte leggi sull'immigrazione erano
gestite in modo abbastanza competente e civile dalla magistratura
e dagli organi di polizia. Attualmente stanno comunque accadendo
cose gravi. I brigatisti mostrano sempre più di essere quel
gruppo di satanisti sui generis che sono sempre stati, piuttosto
che un punto di riferimento politico. Gli autonomi hanno svaligiato
un paio di salumerie e una libreria, per la gioia di Emilio Fede
e dei perbenisti con l'arteriosclerosi, ma mi sembrano essere rimasti
sul piano del simbolico. I leghisti, che al simbolico probabilmente
non ci arriveranno mai, dicono cose molto gravi e incivili, ma,
per ora, nessuno, nella società civile, li piglia sul serio.
Però dovremmo, credo, stare attenti.
Penso che ognuno dovrebbe occuparsi innanzitutto dei fanatici apparentemente
più vicini a sé, prima di quelli apparentemente più
vicini agli altri, anche se sono convinto che i fanatici facciano
sostanzialmente specie a sé.
Mi preoccupo di capire se è vero che nella sinistra c'è
qualcosa di pericoloso per gli altri, qualcosa di fanatico che possa
fare danno. Utilizzerò, come al solito, le categorie del
modello bio-psico-sociale, da "filosofo naturale", come
si diceva ai tempi belli dell'illuminismo.
L'idea è la solita, che l'equilibrio tra uomo e ambiente
passi per l'equilibrio dell'uomo con se stesso.
L'aggressività nell'evoluzione serve a difendere l'individuo
dai pericoli esterni, a conquistare e difendere il territorio e
a definire le gerarchie sessuali e di potere. Nelle specie che hanno
sviluppato comportamenti sociali l'aggressività è
in equilibrio con quelle tendenze affiliative, meno primitive, che
permettono il mantenimento delle funzioni del gruppo. Negli animali
i comportamenti aggressivi tendono a essere ritualizzati,
per non danneggiare l'individuo e per mantenere la coesione nel
gruppo. Nell'uomo gli impulsi aggressivi generano conflitti interni
che provocano sofferenza soggettiva e hanno determinato complesse
regole sociali.
Nei gruppi animali il potere è regolato da dispute caratterizzate
da molta aggressività formale (ringhi, urli, orripilamenti,
parate di avvertimento, morsi) ma con rischi personali ridotti:
di solito lo sconfitto smette di essere attaccato non appena
si ritira. Ciò è naturale e consente il rinnovamento
delle gerarchie, senza danneggiare troppo la coesione del gruppo.
Possiamo pensare che la comparsa di comportamenti aggressivi pericolosi
che producono lesioni gravi o morte segnali un disequilibrio
che mette in pericolo la sopravvivenza di tutto il gruppo. Nel gruppo
umano - ma ne sono stati descritti anche tra gli animali - il fanatico
è probabilmente una espressione di questo disequilibrio.
Anche le regole di convivenza che ci siamo dati possono essere
ferite a morte.
Un fanatico è una persona che giustifica il male che fa agli
altri con l'affermazione di un principio. Egli non solo odia, ma
nega di odiare: quello che fa, afferma di farlo a fin di bene: per
la patria, per la religione, per la giustizia sociale, perfino per
la democrazia. Il fanatico è uno stronzo che pensa di essere
un eroe. Il fanatico, come lo stupido, fa veramente, oggettivamente,
del male.
In questi termini non sembra proprio giustificato parlare di odiocrazia:
c'è un conflitto molto forte, ma che se rimane di fatto all'interno
di regole formali, regole di pensiero, di critica, di contenuti
non è necessariamente distruttivo. Viene invocata la sconfitta
e non l'annientamento dell'avversario, a cui è riconosciuta
una natura umana.
Anche da parte della cdl l'odio mi sembra abbastanza contenuto dentro
regole formali. Solo tra i leghisti sono rintracciabili quei comportamenti
verbali e non verbali (divise, atteggiamenti regressivi di gruppo,
non riconoscimento della comune natura umana, non riconoscimento
del male dentro di sé) che ha caratterizzato i movimenti
estremisti violenti del passato.
Il pericolo che stiamo attraversando non è quindi un pericolo
di violenza diffusa, di guerra civile, ma un altro: quello che dovremmo
abituarci a chiamare "attacco al pensiero". L'attacco
al pensiero è tuttavia un presupposto della violenza e dell'odio,
poiché è un attacco alle regole. E' una fase iniziale
della malattia.
Lo stesso argomento da cui siamo partiti cioè l'accusa alla
sinistra di essere troppo aggressiva è una manifestazione
di attacco al pensiero e non solo per la scarsa consistenza della
critica in termini di contenuto (dal punto di vista storico, psicologico
e sociale), ma soprattutto dal non rendersi conto della reciprocità
del problema e neanche in fondo del problema stesso. Una parte di
noi non considera ammissibili certi comportamenti, sia politici
sia etici, e teme per il nostro paese. Essere intransigenti su alcune
cose potrebbe anche essere un segno di onestà intellettuale,
di capacità morali, di competenza professionale: ciò
va discusso e provato secondo regole logiche ed empiriche che tengono
conto delle specifiche situazioni. Chiedere di abbassare i toni
senza tenere conto della gravità delle cose potrebbe essere
anche una forma di irresponsabilità, di mancanza di preparazione,
di idee, di cultura o una forma di opportunismo volgare, furbo o
sciocco. Talvolta ci sono cose giuste e cose sbagliate e si può
prendere posizione. Dire che la sinistra esagera non è una
argomentazione valida, né onesta. E' un altro esempio della
formidabile tendenza ad invertire le responsabilità che caratterizza
le tecniche pubblicitarie e sofiste secondo il modello del "superior
stabat lupus." Cultura poca, amor del vero punto, ma furbizia
tanta.
A proposito di serietà scientifica: per valutare la dimensione
"odio" nei due schieramenti sono attualmente disponibili
modelli computerizzati di analisi del testo (Ulm Testdatabank- Dizionario
delle Parole Emozionali ), nati per altri scopi, che sono in grado
di valutare in modo oggettivo la frequenza delle parole emozionali
e quindi dell'andamento emotivo del discorso. L'odio in un discorso
è misurabile. Ora credo non infondata l'ipotesi che
se misurassimo il livello di aggressività verbale dei giornali
che sostengono la maggioranza, con questi strumenti, potremmo osservare
che essi sono più aggressivi di quelli di sinistra. Probabilmente
molto di più, considerando per esempio che la presa in giro
alla Guzzanti (figli) sembra meno carica di espressioni di aggressività
diretta e primitiva - indicatrice di aggressività poco controllata
- di quella di Guzzanti (padre).
Inoltre personalmente mi sento offeso e turbato dall'accusa di
odiocrazia e dal modo con cui sono considerato e siamo considerati
da questi signori, ai quali mi è arduo riconoscere (e non
per pregiudizio) qualità intellettuali, scientifiche, morali
che potrebbero essere alla base di un serio confronto.
Vorrei quindi tuttavia concludere con una forma di autoesplorazione
autocritica.
Allora quali sentimenti provo? Mi viene in mente Cirano che al rivale
che l'offende con una banale osservazione sul suo naso risponde,
come sapete, mostrandogli come esso non sia capace neppure di offendere
come si deve. Anche a me viene da rispondere: odio? Ma no, signori
miei! Quando vedo o leggo certe cose mi viene da provare: sorpresa,
sconcerto, sgomento, preoccupazione, sofferenza, ansia, desolazione,
senso di ingiustizia, indignazione, rabbia, disprezzo, pena, curiosità,
nausea, movimenti viscerali, desiderio di essere altrove, voglia
di restare e resistere, desiderio di dimettermi dal genere umano
e di iscrivermi, che so, alla società dei Pinguini. Ma odio
direi di no. Che cosa dovrei odiare in Bondi o in Cicchitto: secondo
me si odiano abbastanza da soli.