maggio 2025
ZINO PENSIERO:"DAL MIO SANGUE NON NASCERA' UN GUERRIERO": ASPETTI ECCENTRICI NELLE ELEGIE DI PROPERZIO
Tra gli elegiaci latini Properzio mostra evidenti segni di eccentricità rispetto ai tradizionali stereotipi poetici e tematici adoperati dagli altri elegiaci.
Il poeta mantiene, tuttavia, come tutti i poeti dell’antichità, il repertorio mitologico, che è assillante e impegnativo per un lettore moderno, ma questo repertorio faceva parte della comune e imprescindibile erudizione che aveva lo scopo di corroborare la sostanza stessa della scrittura poetica e, d’altro canto, la stessa conoscenza dei riferimenti mitologici era più pervasiva di quanto non lo sia nei tempi moderni.
Properzio, a tal proposito, nelle sue elegie propone una scelta di campo: lascia lo spazio ai grandi campioni della tradizione epica, che hanno già dato ampia prova di eccellenza e si assegna il ruolo di cantore dei sentimenti umani comuni o eroici nel campo delle relazioni affettive ed erotiche: “Quel che Properzio ama è l’amore, l’amore gioia e tormento, l’amore croce e delizia, con il suo corteo di gaudi e di dolori, di esaltazioni e di scoraggiamenti, di abbandoni fiduciosi e di gelosie, di sospetti e di rimorsi, di invettive e di lodi.” (Properzio. Elegie, a cura di Giuseppe Lipparini, p. XIII).
La narrazione dell’amore immaginato e praticato può conoscere momenti di piena gioia e di condivisione, ma anche rilassamento, contrasto; tutto, però, si risolve nella piena adorazione della continuità, un vero amore non può conoscere fratture e distacchi, se non per cause irrimediabili e definitive: “Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit”. (Op. cit., lib. I, XII, v. 20).
Un aspetto della modernità properziana, soprattutto nei primi tre libri, nasce proprio da questa narrazione, che avviene come una interiore cronistoria, alla base della quale campeggia la psicologia dello stesso Properzio.
L’analisi psicologica non si rivolge alla personalità della donna, di Cinzia, la cui interiorità non è sottoposta ad alcuna attenzione; invece, è largamente protagonista l’io properziano: è più facile un egotismo narcisistico piuttosto che un acuminato scandaglio della psicologia femminile.
Questa amnesia della psicologia di Cinzia rientrava nei canoni diffusi nella società del tempo che non gradiva un eccessivo protagonismo femminile, come dimostra la minimalistica presenza di figure poetiche femminili.
Properzio non interrompe la continuità con il sentire comune, ma se ne distacca a proposito di un eros che può comportare eredi.
Properzio preferisce non compiere questo errore perché non accetta che i suoi eventuali figli possano perire nel corso di una azione militare a favore della patria.
“Oh chi vuole ch’io doni dei figli ai trionfi di Roma? / No, che dal sangue mio non nascerà un guerriero.” (Op. cit., Lib. II, VIII, vv. 13-14).
Questo proposito è abbastanza eccentrico in una società imperialistica e tesa verso l’esaltazione dell’eroismo militare.
Al contrario, la sua arte è piena di leggerezza, la sua Musa ispiratrice ama luoghi differenti rispetto all’agone militare: natura amena e rasserenante, bellezza del paesaggio naturale, semplicità di sentimenti e di gioie: “molli prati tu devi sfiorar con le ruote leggere, / se tu vuoi che al leggio ritorni sovente il tuo libro, cui leggano le belle, sole, in attesa del maschio.” (Op. cit., Lib. III, III, vv. 18-20).
Un espediente è usato dal poeta per far conoscere il tono degli argomenti trattati: egli allude alla perdita delle tavolette sulle quali sono incisi i messaggi che i due innamorati si scambiavano nei momenti felici della loro relazione. “Oggi verrai, non ci lasceremo un momento: / per tutta notte t’offre un dolce ospizio Amore.” (Op. cit. Lib. III, III, vv. 15-16).
Ma, come spesso succede nella vita reale, anche i grandi amori sono soggetti alla fine.
Allora, con la stessa tensione e con i caratteri intensi dell’espressività con cui il poeta aveva cantato il fiorire dell’amore, il suo sviluppo soave, la pienezza propria della sua maturità, con gli stessi caratteri il registro linguistico assume adesso, al momento della fine definitiva, i connotati forti, sbalorditivi, imprevedibili rispetto ai toni dolci dell’amore: le scelte linguistiche si rifanno al tono basso, vendicativo, “petroso”.
“Ben ti nascondi gli anni, ma il tempo s’aggrava su te; / e verranno sinistre sul bel volto le rughe. / Allora tu vorrai strapparti i capelli canuti.” (Op. cit., Lib. III, XXV, vv. 11-13).
Apparso anche in internet e su La Sicilia del 10 aprile.
Zino Pecoraro