POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
aprile 2025
IL CRINALE - COME LA STORIA INCROCIA QUELLA PERSONALE - CAPITOLO 1
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Capitolo 1


Gornate, 16.4.45

È pomeriggio.
Il bambino sente un rumore nuovo si arrampica sulla rete del lettino, con le mani si attacca alla barra metallica per guardare fuori dalla finestra, i piedi puntati sulle corde come un figlio del circo, gli occhi spalancati, è aprile, la finestra è aperta sul giardino davanti, il rumore si avvicina ruggisce forte e si allontana, lui sta lì per vedere se torna ma ta-ta-ta-ta-ta-ta una mitragliatrice e cade dentro al lettino chiudendo gli occhi.
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Adesso sente la Dina, la cuoca arrivata da Brugherio bambina, i suoi passi di corsa sulla ghiaia del giardino e le grida “vai via, via”. Ha una scopa in mano per spaventare il caccia americano che mitragliava la fabbrica in valle.
Il bambino di 2 anni e 7 mesi si guarda intorno, non capisce cosa sta succedendo. Il motore è lontano adesso e il bambino torna ad arrampicarsi, il rumore aumenta, arriva da destra sopra ai boschi, al paese, si avvicina, è sopra al campanile, al faggio rosso del giardino dove ruggisce ancora, si butta nella valle e ta-ta-ta-ta-ta-ta mitraglia di nuovo e il bambino cade sul lettino, spaventato.
La Dina corre ancora nel giardino, ha visto una minaccia al piccolo mondo sicuro che la protegge e la sfrutta. Passi di corsa al piano inferiore è il Milone, colonnello della polizia che corre nella grande cantina per prendere un fucile e diventare un eroe abbattendo un caccia nemico.
Il bambino guarda fuori, c’è silenzio, qualche “oh madonna mia” dal paese. Passi leggeri sulla ghiaia, i suoi fratelli che guardano per aria, la voce di zia Lida, “tornate dentro, subito, potrebbe tornare”.
La madre Evelina guarda dal balcone della sua stanza, rivolto verso la chiesa di Castiglione e la valle dell’Olona, le robinie stanno appena mostrando i germogli, si vede attraverso i rami nudi il fumo che si alza dagli impianti, si sente la puzza di bruciato della plastica, improvvisamente la sirena dei pompieri. Si è poi saputo che la fabbrica era vuota, sospesi anche i turni della domenica, fermati gli impianti, neppure i custodi, anche in guerra capita che passino messaggi da una parte all’altra, i partigiani erano stati avvisati, hanno parlato coi padroni, i danni sono stati solo materiali e nessun ferito. Sembra un posto lontano dalla guerra ma non c’è modo.
Milone ascolta in cantina, l’aereo non torna, niente eroismo, peccato per la carriera, qualcosa gli fa ombra, una figura riempie la finestra sulla strada,
“Ah sei tu Barbieri, ti sei spaventato? “
“No colonnello adesso è tutto tranquillo, vado in campagna, devo zappare per piantare i piselli.”
“Bravo ragazzo vai pure che noi vi proteggiamo dai nemici.”
Il Barbieri saluta e va, ha potuto contare i fucili che il Milone ha nella cantina, tra pochi giorni sarà la Liberazione, andrà a prenderli insieme agli altri partigiani e porteranno fucili e Milone al carcere di Varese.
Questo colonnello ha requisito mezza casa per sé la moglie la figlia. Si comportano come padroni, ma appare come un “miles gloriosus”, deformando il cognome. Fa sapere a tutti di essere l’unico, vero e solo erede del trono di Bisanzio, se qualcuno gli dà retta apre un baule e mostra i documenti, certificati araldici, genealogie.
Il bambino ha un ricordo diretto. La casa era di due piani fuori terra, una L che aveva nel lato lungo la parte giorno a piano terra e le camere tutte al piano superiore.
Un giorno una donna di servizio mette il bambino sul vaso da notte in un salone col pavimento in assi non verniciate, pochissimo usato, si vede che era stitico e non rispettava gli orari, c’erano orari per ogni cosa, anche per la cacca. La donna va altrove, non si sa dove, e il bambino resta seduto e obbediente. Si apre la porta dello scalone, ampio, con due grandi armadi neri, uno cinquecentesco coi putti ai lati delle porte, anch’esso nero perché nel terribile ‘600 del dominio spagnolo anche sulla Lombardia, la ferocia della controriforma aveva portato a verniciare di nero tutti i mobili per non esibire la ricchezza dei secoli precedenti e mostrare modestia, la riforma di Lutero aveva dato alla sobrietà un valore. Appare il Milone, guarda la scena ed esclama: “cagone”. Il bambino doveva già conoscere la parola perché si ricorda la scena dopo 80 anni.
La figlia del Milone stira la camicia nera perché deve uscire in paese. Lo farà anche il 25 aprile e la gente del villaggio ne avrà pietà, ‘torni a casa signorina, è meglio’.
Qualcuno probabilmente Teresina, va nella camera del bambino per vedere se è spaventato, è lì seduto che tira la rete con le mani e gli occhi spalancati.
I suoi fratelli di 6 e 8 anni sono ancora in giardino, zia Lida controlla che non ci siano danni, tutti vanno a vedere dalla “glorietta” per capire cosa è successo alla fabbrica, del fumo sale da due capannoni. Il treno Gallarate – Mendrisio della linea nascosta in fondo alla valle dell’Olona, oggi non passerà di sicuro. Si sta preparando l’insurrezione. Il 25 i partigiani saliranno dalla valle nel bosco fino al Comune per prenderne possesso.
Evelina si sente isolata, nessuna notizia dei genitori che stavano a Trzic, del padre dei suoi figli non si cura di certo, sa che ha i tedeschi in casa, hanno requisito due piani. Non può andare da nessuna parte. Pensa a come è andato in frantumi il suo matrimonio, è offesa perché Alfredo si è trovato una ragazza, sarà offesa tutta la vita, in più un figlio tardivo, nato poco prima della rottura definitiva, un peso per tutta la sua vita, sopportato e mai amato; non rimpiange Buso, per anni ha detto di non sopportare il clima, umido, troppo caldo e troppo freddo, viaggi dai genitori e a Trieste, la villa Bazzoni come cuccia calda, a Gornate il clima è migliore ma non è il suo sogno, legge, scrive lettere, scende a mangiare e torna nella sua camera, la più grande in fondo alla casa, vista sulla Collegiata di Castiglione e alberi del giardino,
non credo che si sia mai resa conto fino in fondo della vita privilegiata, era per lei naturale, visto che aveva un’ottima opinione di sé stessa. Ma è lontana dai genitori chiusi a Trzic, che l’avevano viziata, ultima figlia di una coppia matura, forse l’ultimo ovulo.
I fratelli del bambino, Manfrid e Lida, questa in onore della zia, hanno anche loro visto e sentito per la prima volta un caccia che mitraglia, vanno a guardare dal bordo del giardino che è sopra il bosco la valle Olona la chiesa romanica la fabbrica, vedono il fumo. Il factotum di zia Lida, Alfredo anch’egli, spiega cos’è successo, loro cercano di non mostrare la paura, il caccia era proprio vicino. Dimenticano.
Folco de Polzer

 
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