POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
febbraio 2025
ZINO PENSIERO - GLI EPIGRAMMI DI MARZIALE: UNO SQUARCIO IPERREALISTICO SULLA "DOLCE VITA" IMPERIALE
Gli “Epigrammi” di Marziale consentono al lettore moderno di immergersi con realismo nella vita sociale, nelle abitudini, nelle sensibilità, nel linguaggio di una eccentrica e, nello stesso tempo, decadente società che vive di esasperato familismo, di un pericoloso sistema di amicizie accondiscendenti o di inimicizie pericolose e, in certi casi, perfino letali.

Il fatto è che in quella società i beni erano in larga parte posseduti da una classe dominante guerrafondaia, narcisistica, impegnata nelle facili conquiste, oltre che nel lusso e nell’ostentazione delle ricchezze possedute.

La sessualità e la sfrenata ingordigia gastronomica riempiono la scena di truci sceneggiate e di una barocca tendenza alla ostentazione delle proprie disponibilità, alla sazietà come simbolo di appagamento delle papille gustative.

Quest’ultimo vizio, che ha qualcosa in comune con i comportamenti diffusi nel nostro tempo, trovava talvolta una forsennata e incomprensibile tendenza alla ripetitività, se lo stesso Seneca, che pur non disdegnava questi appuntamenti gastronomici, osservava che i romani “edunt ut vomant, vomunt ut edant”. In questo modo in certi lunghi, esasperanti banchetti non si faceva altro che esaltare il vomito come strumento di ripetitività nella degustazione.

La sessualità, come era ostentata nella realtà sociale del tempo, è proposta nelle sue varie e imprevedibili forme nelle pagine di Marziale.
Un repertorio molto diversificato, che spesso negli “Epigrammi” ha lo scopo di dileggiare e di mettere alla berlina personalità note a Marziale e ai suoi lettori.

Marziale vuole farsi assolvere da queste abitudini voyeuristiche.
Lui non va alla ricerca del sordido, dell’immorale, del cinico; non fa altro che osservarlo e trasferirlo nei suoi versi. “Leggi quello/ di cui la vita può ben dire:. /Non troverai qui Centauri, le Arpie, /le Gorgoni: la pagina sa di uomo (hominem pagina nostra sapit).” (Marziale, Liber X, IV).

Ma gli uomini, almeno certi uomini vedevano calpestata, come del resto avveniva in molte civiltà antiche, la loro dignità, la loro stessa esistenza.
Gli schiavi non avevano alcun diritto, anzi erano i loro padroni che avevano su loro il diritto di vita o di morte: erano venduti e comprati come oggetti, come merce.

“Calliodoro, hai venduto ieri uno schiavo/ a mille e più sesterzi per avere/ per una volta da mangiare bene. /Non hai mangiato bene, hai comperato / una triglia da quattro libbre: tutto / qui l’ornamento e il fulcro della cena. / Si dovrebbe gridarti: ”. (Marziale, Liber X, XXXI).
Come avviene di solito negli stessi epigrammi, la conclusione in cauda è fulminante e dà senso a tutto il contenuto precedente in una forma lapidaria!

Una componente diffusa è anche la gastronomia che in questo caso non possiede l’esuberanza del Satyricon di Petronio con i suoi slanci barocchi e la messinscena delle pietanze con spettacolarità da parvenu.

La sala da pranzo del poeta è modesta, possiede solo sette posti e sei invitati, tanto che deve essere accolto un settimo all’ultimo momento!
Viene proposto dal padrone di casa un menu proporzionato alle sue risorse.
Risultano interessanti le tipologie del cibo ed anche il modo stesso di cucinarlo.

“La contadina mi ha portato malve / lassative con tutte le verdure / dell’orto: la lattuga romanesca, / il porro da affettare, la mentuccia / che fa ruttare, la rughetta ardente. / Uova a fette coroneranno le acciughe / sparse di ruta e una tetta di scrofa / sarà condita con salsa di tonno. / Sino a qui l’antipasto: seguirà, / unico piatto, un capretto strappato / alle fauci d’un lupo disumano, / e braciolette che non hanno bisogno / di scalco e fave che piacciono ai fabbri / e broccoli freschissimi. Di più / posso aggiungere un pollo, ed un prosciutto / sopravvissuto già a tre cene. Sazi / vi darò frutta matura e una giara / di vino di Mentana senza feccia. “(Marziale, X, XLVIII).
La tetta di scrofa doveva essere un piatto gourmet, se è citato più volte negli scritti di Marziale.

Con il capretto strappato alle fauci del lupo, si allude ad una opinione diffusa tra i buongustai: il capretto azzannato dal lupo possedeva le carni più tenere. In fondo, Marziale con i suoi numerosissimi epigrammi rappresenta lo specchio di una società aristocratica che si intestava immeritatamente un ruolo egemone nella vita sociale e culturale del tempo, ma non aveva le qualità minime per poterlo fare, perché alla fine si dimostrava sciatta, decadente, dai gusti dubbi, in preda alle perversioni e alla immoralità.



Apparso anche su facebook e su La Sicilia del 9 12 2024.
Zino Pecoraro

 
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