gennaio 2024
ZINOPENSIERO: E PONZIO PILATO DISSE: "GESU' IL NAZARENO? NO, NON RICORDO".
Quali effetti producono, nell’ animo di chi le prende, certe decisioni, specialmente quando si assumono dall’alto di una responsabilità politica o giudiziaria?
E’ necessaria una grande forza d’animo nella ipotesi di dovere riconoscere i propri errori, mentre è più facile compiacersi della propria fortunata scelta o dello scampato pericolo.
Viviamo in una società che segue più facilmente la proclamazione della grandezza e mistifica ogni errore e copre con ipocrisia le malefatte.
Riconoscere un proprio errore è un palese segno di debolezza, che potrebbe avere deleterie conseguenze nello sviluppo di una carriera o nel prosieguo di una ascensione sociale o politica.
Appare naturale, quindi, che siano gli altri, ed in particolare, gli storici o anche i letterati, a sottoporre gli eventi del passato ad un giudizio o ad una mera ricostruzione logica o fantasiosa.
Questa procedura è presente in un libro “sui generis”: Anatole France, “Il procuratore della Giudea” (Sellerio, 1980, nella traduzione di Leonardo Sciascia).
Il libro è stato definito “sui generis” in quanto il “suo destino è stato quello delle edizioni numerate, rare: fin dalla prima, nel 1902, illustrata dai disegni di Eugéne Grasset xilografati da Florian, tirata in 430 esemplari.” (A. France, op. cit., p. 56, la notizia è contenuta nella Nota di Leonardo Sciascia).
Naturalmente è la letteratura che si assegna e realizza l’arduo compito di ricostruire l’accaduto con ampio margine di arbitrio in una specie di processo a posteriori rivolto alle intenzioni covate e alle decisioni prese. Ponzio Pilato, abbandonata ormai la vita pubblica, si trova per caso ad incontrare il suo amico Elio Lamia.
Soggiornano ambedue ai bagni di Baia per cercare di attutire le manifestazioni di una vecchiaia ormai largamente presente e vissuta.
Ponzio Pilato è afflitto dalla consapevolezza che forse la sua memoria sarà oggetto di facile contestazione: “Morirò invendicato.
Chi difenderà la mia memoria” (A. France, p. 34).
Elio Lamia, come di solito avviene in casi simili, si presta a consolare l’amico: “Che ci importa di quello che gli uomini penseranno di noi? Non abbiamo altri testimoni e giudici che noi stessi. Abbi fiducia, Ponzio Pilato, solo nella testimonianza che tu stesso rendi della tua virtù.” (Ibidem).
La conversazione tra i due diventa densa di malinconia perché tocca i temi della splendida giovinezza, delle esperienze che restano intatte nella memoria come segno indelebile di una vivacità esistenziale, ormai trascorsa.
Elio Lamia ricorda a Ponzio Pilato di avere conosciuta una bellissima donna ebrea di Gerusalemme in una bettola.
“Danzava levando le braccia e agitandole a far suonare i cimbali.
Le reni inarcate, la testa rovesciata e come tirata dal peso della sua folta chioma rossa, gli occhi annegati di voluttà, ardente e languente, flessuosa, avrebbe fatto impallidire d’invidia Cleopatra stessa”. (A. France, p. 45).
Poi quella bella donna che aveva affascinato e trascinato nella sensualità Elio Lamia scomparve.
Furono inutili tutti i tentativi di rintracciarla nei posti dove Elio Lamia stesso pensava di poterla trovare: luoghi loschi, frequentati da gente di basso rango e dagli atteggiamenti equivoci.
Ma la donna non si trovava più in quei luoghi dove Elio Lamia pensava che si fosse rifugiata, aveva intrapreso una nuova strada, un percorso opposto rispetto a quello abituale; si era riscattata, aveva cambiato vita, conservando anche la precedente intensità di passione, quell’amore travolgente che ora si rivolge ad una vita e ad una sensibilità del tutto diverse.
“Seppi, per caso, che si era unita a un piccolo gruppo di uomini e di donne che seguivano un giovane taumaturgo della Galilea.
Si faceva chiamare Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non ricordo per quale delitto.
Ponzio, ti ricordi di quest’uomo?” (p. 46).
E a questo punto si realizza tutto il significato complessivo del breve racconto di Anatole France.
Cade in buona parte quella immunizzazione che Ponzio Pilato avrebbe voluto richiedere al suo passato, quella specie di velo che ottenebrava il ricordo delle sue azioni e delle sue scelte che lui aveva fatto e che ora nella conversazione con Elio Lamia avrebbe voluto rimuovere del tutto.
“Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio:
“Gesù?” mormorò “Gesù il Nazareno? No, non ricordo”. (Ibidem).
Apparso su facebook e su La Sicilia del 10 dicembre 2023.
Zino Pecoraro