aprile 2023
ZINO PENSIERO - RIPETERE LA VITA, ALLUNGARLA: GIOVINEZZA E SPLENDORE COME ETERNO MITO
È sufficiente vivere una sola vita o conviene ripeterla all’infinito o, meglio, in un tempo definito? Un dato di fatto certo è che l’essere umano non si accontenta della durata della vita che gli tocca di vivere: è colto sempre dal rammarico di dovere lasciare questo mondo.
Vorrebbe allungare la vita il più possibile, per riuscire a concludere le imprese cominciate, per godere degli affetti abituali, per assaporare i piaceri soliti e sfruttare le opportunità che il vivere stesso offre.
Nel “Faust” di Goethe il prolungamento della vita è richiesto a Metistofele per un umano desiderio di conoscenza: una orgogliosa richiesta che poggia più su un intenso e paradigmatico “ego”.
A Faust non interessano i piaceri e le ricchezze del mondo, ma la conoscenza della natura. Il patto è concluso in una forma plastica ne “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.
Al contrario del Faust, la richiesta ha lo scopo di conquistare l’eterna giovinezza, una giovinezza dissoluta e rivolta ai piaceri in una pratica estenuante di puro estetismo. La ricerca del piacere e di ogni forma di dissolutezza è presente nella vita scioperata di Dorian Gray.
Ma i vizi vissuti fino in fondo con piena consapevolezza e con pesanti ripercussioni nel corpo di Dorian non segnano il suo corpo, ma emergono con evidenza nel ritratto che il suo amico pittore gli ha dedicato nella piena fioritura della sua giovinezza.
Dorian continua ad essere giovane in una forma paradossale di stasi del suo corpo. Lui stesso, però, raffigurato nel quadro, invecchia al posto del vivente Dorian.
La stasi delle fattezze corporali di Dorian ritorna alla fine sul suo corpo. Il tema del prolungamento della vita affascina gli scrittori e se ne trova traccia nel romanzo di Umberto Eco “L’isola del giorno prima”.
“In una quarta isola trovarono un uomo dagli occhi incavati, la voce sottile, la faccia che era una sola ruga, ma dai colori freschi. La barba e i capelli erano fini come bambagia, il corpo così rattrappito che se aveva avuto bisogno di voltarsi avrebbe dovuto girare su se stesso per intero. E disse che aveva trecentoquarant’anni.” (U. Eco, L’isola del giorno prima, p. 411).
Non esiste, in questo caso, nessun patto con il diavolo o con qualche altra entità, la esperienza del vivere del personaggio è reale, vera; proprio da questa nasce una forma di autocoscienza, una revisione critica del vissuto per giudicarlo, per comprendere se ne valeva la pena.
Nel personaggio di Eco appare una sorta di bilancio della esperienza fatta: “e in quel tempo aveva per tre volte rinnovata la sua gioventù, avendo bevuto l’acqua della Fonte Borìca, che si trova appunto in quella terra e prolunga la vita, ma non oltre i trecentoquarant’anni – per cui tra poco sarebbe morto.” (Ibidem).
I visitatori rimangono affascinati dal racconto del vecchio e vorrebbero provare a cercare questa Fonte, che avrebbe ricreato ed allungato lo spazio vitale di ognuno.
Ma vale la pena vivere così a lungo? Assistere alla ripetizione delle fasi vitali, delle esperienze maturate in un circuito di cui già si conosce la forma, lo sviluppo e la fine?
“E il vecchio invitò i viaggiatori a non cercare la fonte: vivere tre volte, diventando prima il doppio e poi il triplo di se stesso, era causa di grandi afflizioni, e alla fine uno non sapeva più chi fosse.” (Ibidem).
Identità multiple nella lunga esperienza vitale, ripetitività di situazioni e di fatti, volti identici che si affastellano ed ingombrano la memoria. In fondo, continuare a vivere oltre gli spazi normali, ricalcare le orme, ritrovare sulla strada gli stessi stenti, le stesse passioni, la stessa immutabile afflizione: come se, alla fine, l’essere umano non potesse trarre giovamento dalle varie esperienze fatte.
La sua esperienza sarebbe paragonabile ad un film proiettato senza la possibilità offerta all’interessato di fermare le scene e migliorarle. “Vivere gli stessi dolori per tre volte era una pena, ma era una gran pena rivivere anche le stesse gioie. La gioia della vita nasce dal sentimento che sia gaudio che cordoglio sono di breve durata, e guai a sapere che godremo di una eterna beatitudine,” (Ibidem).
Apparso anche su Facebook e Su La Sicilia del 27 novembre.
Zino Pecoraro