POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
aprile 2022
ISPIRATO DA MORTE E VITA, GUSTAV KLIMT
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Una strana serenità mi avvolse dopo il parto. Ero sola. Mio marito difendeva il paese come ci era stato ordinato e io avevo appena messo al mondo nostra figlia in un lurido scantinato sovraffollato di fiati e gemiti. La bambina mi era scivolata velocemente fra le gambe, avevo temuto il dolore, ma non provai affatto lo strazio che avevo immaginato e ora Mia riposava adagiata sul mio cuore, sazia del latte che grazie a dio non si era seccato. Accanto a me c’era una ragazzina dai capelli rossi. L’avevo vista precipitarsi al rifugio da sola e aveva infilato la sua mano dentro la mia nella confusione delle sirene che avvertivano di possibili raid. Mi aveva sorriso leggermente e mi si era incollata addosso. I capelli rossi, ondulati, raccolti in una treccia emanavano un sentore di lavanda. Sapeva di pulito e partorii immaginando prati lilla dove allevare entrambe in un mondo senza guerre. Non conosco il nome della ragazzina con la treccia rossa, ho dimenticato di chiederlo e lascio che mi sussurri la parola mamma all’orecchio nell’attesa che lo faccia anche mia figlia. Sono drogata di vita, trabocco latte e speranza, i miei occhi trascurano la morte fuori. È pronta a colpire, io lo so, ma non mi interessa. L’orrore rimane fuori la porta.

Ho tredici anni, mi chiamo Ana, ho visto morire la mia famiglia per colpa di un razzo che ha squartato il salone dove stavamo organizzando la fuga. Mi ero alzata per prendere la caraffa di acqua dimenticata sul tavolo della cucina e un attimo dopo ero orfana. Non avrei mai pensato che la vita scomparisse così in fretta. Un giorno vai a scuola, ti preoccupi dell’interrogazione di scienze e il giorno dopo ti dicono di raccattare qualcosa e scappare. Poi non arrivi manco a scappare perché la morte ti trova prima che tu possa sfuggirle. O meglio: a trovarti è un missile che scova la tua famiglia, ribaltandola da cima a fondo, frantumandola in mille pezzi. Alle sei e venti di sera sono diventata orfana. A quel punto il quartiere si è riempito dell’ululato delle sirene. A cose fatte, praticamente. Ma l’istinto ha prevalso e sotto shock sono scappata via dal salone distrutto. L’ho vista subito la donna. Camminava goffa nella folla, come un pinguino sulla sabbia rovente. Spaesata e attenta a non farsi travolgere. A me serviva una madre e me la sono scelta partoriente. Ho sentito il suo odore di rose, latte e vita che sboccia e mi ci sono aggrappata. Ora tu sei mia madre e chi metterai al mondo diventerà sangue del mio sangue. Ci proteggeremo dalla morte intorno e non ci faremo mai trovare distratte. Dagli abissi marini emerge una nuova sorella. Tre ore dopo la fine, mi aggrappo a un nuovo inizio: ho una madre e un legame di sangue. Posso ancora salvarmi.

Sono nero e non mi vogliono. L’ho visto come mi hanno guardato dopo la fine del raid. Nel caos convulso nessuno aveva fatto caso a un bel niente. Tutti intenti a trovare riparo e salvezza. Ma passata la paura della morte sono tornato a essere nero. Non so consolare Jaime. È colpa mia se siamo qui. Ci eravamo conosciuti casualmente a Lagos. Lui era lì per lavoro, parlava inglese malissimo. Mi aveva chiesto di raggiungerlo in Francia dove amarci sarebbe stato meno pericoloso, ma ho riso di gusto. In Francia. Io. Certo come no. E me lo dai tu il visto? Così siamo finiti qui a Kyiv. Nella terra di mezzo con un visto per motivi di studio che nessun altro paese europeo mi avrebbe concesso. Scappavo dalla miseria, dalla violenza, dalla povertà segnata come un marchio e sono finito sotto le bombe trascinandomi dietro gli occhi verdi e terrorizzati di Jaime che non so consolare. La sua mano – bianca e sottile – si aggrappa al mio braccio che trema fra le mura scrostate di questo scantinato. Potrebbe essere la Libia e invece è l’Europa. Che differenza fa in fondo? Di morire si muore uguale. Sempre a debita distanza dalla culla dei diritti umani. Tutto rimane sospeso, immobile e congelato fino al momento in cui un vagito percorre il nostro terrore, dilatandolo di speranza. Jaime è medico. Abbandona il mio braccio, si precipita dalla donna esausta per la fatica del parto, si parlano in una lingua sconosciuta e universale. Gli vado incontro per ammirare il miracolo della vita. Per un istante l’inconsapevole sguardo della neonata incrocia il mio: lei non sa che sono nero. Il suo caldo fiato scalza la mano gelida della morte. Così vicina, così lontana.



Tratto da Facebook, con il permesso dell’autore. 16 marzo 2022
MariaGrazia Patania.

 
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