marzo 2022
ZINO PENSIERO. LA STREGA E IL CAPITANO: SCIASCIA, MANZONI, VERGA
A volte basta – rispettivamente – o una profonda lettura o una sbirciatina date ad un libro o ad un giornale per trovare immediatamente spunti originali per scrivere; compaiono una ispirazione immediata e un desiderio profondo di approfondire, di andare oltre all’apparenza, oltre i meriti forniti dal testo, per scoprire più di quello che si trova davanti agli occhi: quello che esso contiene in filigrana.
Si attiva una sorte di attitudine investigativa con lo scopo di scoprire il non detto, il non definito: alla fine un punto di approdo sicuro è costituito dalla consultazione dei documenti, se è consentito farlo… e se sono disponibili o esistenti.
I documenti al centro di una ricostruzione storica o letteraria, oppure storico-letteraria. Lo scrittore assume il ruolo inconsueto di detective.
Questa procedura è spesso usata da Leonardo Sciascia in alcuni testi. E’ costruito secondo questa impostazione storico-letteraria “La Strega e il Capitano” (1986).
Questo testo ha un antefatto ne “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e, in particolare, in un passo secondario che si trova nel romanzo manzoniano nel contesto di un documento storico citato dallo scrittore milanese.
Per l’argomento trattato nel testo sciasciano, forse altri libri dovrebbero essere citati tutti di matrice illuministica: quelli che nell’Illuminismo e anche dopo si sono occupati della “giustizia ingiusta”, di quella componente dell’amministrazione della giustizia che sanziona ingiustamente pene rilevanti o conduceva (ma solo al passato!) una metodologia di indagine che non rispettava in nessun modo la dignità dell’uomo oppure contemplava la presunzione di colpevolezza.
Queste tematiche giurisdizionali costituivano un leitmotiv della riflessione e della scrittura sciasciana, se, come sostengono giustamente alcuni, la grande biblioteca dello scrittore comprendeva e comprende in maggioranza testi che riguardavano la giustizia, la sua degenerazione sotto forma di ingiustizia, l’inquisizione, la tortura come strumento di indagine giudiziaria: e la presenza fisica di tanti testi testimonia, in un certo senso, una costante opzione tematica da parte dello scrittore racalmutese.
Ne “I Promessi Sposi”, a p. 580, in poche battute è tratteggiata la storia del libro di Sciascia, “la Strega e il Capitano”, Caterinetta Medici:” Il protofisico Lodovico Settala… con deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani allo stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei” (A. Manzoni, I P.S., p 580)
Il passo trascritto da Sciascia è un po' più lungo di quello che abbiamo riportato, ma si può dire che riassume tutta la vicenda della povera Caterinetta, che poi Sciascia con sapienza investigativa e con tenacia di scrittura di riporta alla luce attraverso precisi ed attendibili documenti.
Leonardo Sciascia tra le varie opzioni narrative della vicenda della stregua e del suo rapporto con il Capitano sceglie anche di soffermarsi sulla descrizione del corpo della strega: un corpo sul quale si gioca tutto il destino della donna inquisita, forse da innocente.
Infatti, è il corpo di Caterinetta che attira le attenzioni perverse del capitano Vacallo e poi del Melzi e forse anche di altri uomini. Questo corpo è, per questo, l’oggetto di uno sfogo sadico con la tortura, per concludere, poi, alla fine con il più terribile degli scempi, il rogo, la cancellazione, la soppressione di tutte le fattezze: fino all’incenerimento.
Sciascia non ha molti elementi per descrivere il fisico della strega. Egli riporta la sommaria descrizione del Selvatico: “carnosa, ma di cera diabolica”. “Bella o brutta che fosse, il “diabolica” può voler dire, per chi non crede nel diavolo, “affascinante”.” (L. Sciascia, Opere, vol. II, p. 803).
E qui assistiamo ad una singolare trasmigrazione letteraria: si va a finire alla Lupa di Giovanni Verga.
Come se il ricordo letterario servisse a colmare completamente quel deficit di informazione sul conto di Caterinetta Medici. “E la memoria ci corre – vaga è la memoria, a volte capricciosa, quasi mai gratuita – alla Lupa del Verga:” Era alta, magra, aveva solo un seno fermo da bruna – e pure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse che vi mangiavano”. Forse un po’ meno magra, ma è possibile che il “carnosa” del dottor Selvatico si riferisca soltanto alla prepotenza del seno.” (L. Sciascia, ibidem).
La citazione per analogia di eccentricità, di prepotenza sensuale, di contrapposizione tra l’individuo e la società fa emergere un riferimento letterario che appare coerente con il destino di entrambe le donne, che alla fine subiscono un identico destino di sopraffazione, di ingiusta condanna e di morte.
A Sciascia appare naturale accostare le due storie con la convinzione che tutte e due abbiano patito una giustizia “ingiusta”: apparente, sopraffattrice, frutto di una congiura giudiziaria (Caterinetta Medici) o di una violenta contrapposizione ad una persecuzione sensuale (La Lupa).
Zino Pecoraro