POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
febbraio 2022
ZINO PENSIERO: "IL NIDO". GIOVANNI, IDA E MARIA
Il tema del “nido” è ricorrente in buona parte della produzione pascoliana.

Una metafora che racchiude un sentimento doloroso dell’esistenza: la tragedia dell’assassinio del padre Ruggero, che incise profondamente nella vita di tutti i componenti della famiglia.
Il “nido” familiare distrutto per la cattiveria degli uomini: l’ossessione del poeta di volere ricostruire una parvenza di quel “nido” nelle forme adeguate, una specie di consolazione a posteriori contro la grave offesa subita dalla famiglia.

Tutti sentirono dentro la sofferenza e la profonda ingiustizia del delitto, ma quello che, tra tutti, seppe farne un oggetto di ispirazione poetica e di conseguente traduzione in versi è Giovanni.

Anche le morti della madre e dei fratelli Giacomo e Luigi incisero fortemente sulla vita del poeta, deprimendo ulteriormente la sua esistenza e trasformando le sue dolorose vicende in una specie di ossessione, che accompagnano una parte delle sue composizioni poetiche.

In “X Agosto” la rievocazione dell’assassinio del padre è proposta sul piano della analogia con una rondine colpita a morte che nel suo becco porta ancora “un insetto: /la cena dei suoi rondinini. //” (G. Pascoli, Tutte le poesie, X Agosto, vv. 7-8, p. 47).

L’intensità della analogia tra la rondine uccisa e il padre, che viene riportato a casa sul calesse dalla “cavallina storna”, è data dalla voluta inversione tra la rondine che torna “al tetto”, e il padre che torna “al suo nido”.

Il dolore personale, familiare, si fa adesso universale e le stelle cadenti sembrano partecipare a questo rito rievocativo: “oh! d’un pianto di stelle lo inondi /quest’atomo opaco del Male! //” (Ibidem).

Il tema del lugubre, dei lutti, dei cimiteri, della tomba occupa ossessivamente la prima parte delle composizioni: compare in forma esplicita oppure serpeggia tra le righe.

In “La voce” dolorosi interni familiari sono riproposti in un quadro immaginativo in cui si insinua il grumo di un dolore che non conosce tregua: “una notte, su la spalletta / del Reno, coperta di neve, / dritto e solo (passava in fretta / l’acqua brontolando, Si beve?); // dritto e solo, con un gran pianto / d’avere a finire così, / mi sentii d’un tratto daccanto / quel soffio di voce … Zvanì …// (Op. cit., La voce, p. 297).

Immagina che la madre, già morta, possa chiamarlo con il vezzeggiativo Zvanì, per distoglierlo dai cattivi pensieri, da insane conclusioni.

I ricordi incombono con il peso di dolore e di pianti, il poeta invoca la nebbia che finalmente oscuri tutte le dolorose occorrenze che hanno tormentato la sua vita: una nebbia che gli restituisca la semplicità di una vita vissuta in un contesto minimalistico.

In un altro testo con uno slancio di amore fraterno il poeta si assegna il compito di regalare qualcosa alle sorelle e alla madre: “E comprerò leggiadre / vesti alle mie fanciulle, / e l’abito di tulle / alla lor cara madre. //” (Op. cit., Casa mia p. 378). Ritorna con ossessione il tema del nido, che è stato infranto, ma che occorre ricostruire.

Certo le condizioni non saranno più le stesse di prima; ormai solo le due sorelle Ida e Maria sono rimaste, le due sorelle cresciute nel collegio che il poeta era riuscito a restituire alla vita normale, per vivere con loro, per ripristinare i vincoli di amore fraterno e la parvenza di una casa come vincolo affettivo.

Il legame tra i tre si fortifica col tempo e conosce la forma di un vincolo inseparabile, che cresce e fa sorgere nell’animo del poeta maggiore coraggio ed attaccamento alla vita: “A Ida e Maria- Se alcun mi promettesse il paradiso / quando fossi per dar l’ultimo fiato, /me n’andrei colassù senza un sorriso, / morirei sconsolato e disperato; / ma se avessi vicine Ida e Maria / in pace esalerei l’anima mia; / ma se avessi le man vostre sul cuore / vorrei farvi veder come si muore! //” (Op. cit., A Ida e Maria, p.818).




(Apparso anche su La Sicilia del 19 dicembre 2021 e su facebook)
Zino Pecoraro

 
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