POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
dicembre 2021
ZINO PENSIERO: “OGNI UOMO VIVE DIETRO ALLE SBARRE CHE SI PORTA CON SE’: LA TANA DI FRANZ KAFKA”
Il racconto “La tana” di Franz Kafka (1923-1924) presenta alla lettura almeno due caratteristiche tipiche delle produzioni dello scrittore ceco: l’idea centrale del labirinto e la presenza antropizzata di un animale; in questo racconto un probabile roditore, che si nutre anche di topi, come viene citato nello stesso racconto. L’animale ha una singolare predisposizione per l’atto del costruire non verso l’alto, ma nelle cavità sotterranee della terra.

Un probabile roditore-architetto, tanto che il titolo del racconto in lingua tedesca è “Bau”, termine che in prima istanza può essere tradotto “costruzione”.
La tana per il roditore è un rifugio contro i pericoli e gli attentati provenienti dall’esterno, una costruzione labirintica che nei suoi meandri contorti, nei passaggi conosciuti e praticati dal costruttore deve servire alla sua difesa, ad ostacolare qualsiasi ostilità che possa presentarsi all’esterno.

Non mancano le vettovaglie, che in grande quantità sono raccolte ed ammassate nella piazzaforte, perché è anche previsto dall’animale la difficoltà di potere reperire il cibo in una probabile fase di assedio.
Inoltre, per controllare le strutture difensive collocate all’ingresso della tana, il roditore-architetto per qualche giorno si sistema fuori dalla tana in una posizione defilata e non visibile per controllarne l’imboccatura e stabilire se esiste qualche imprevista e sfortunata possibilità che un ipotetico assalitore possa entrare nella tana senza essere impedito dagli ostacoli predisposti appositamente.

“Ho assestato la tana e pare riuscita bene. Dal di fuori, in verità, si vede soltanto un gran buco che però in realtà non porta in nessun luogo. Già dopo pochi passi si incontra la roccia naturale e solida. Non voglio vantarmi di avere adottato questa astuzia con intenzione, fu piuttosto l’avanzo di uno dei tanti vani tentativi di costruzione.” (F. Kafka, La tana).
Quanta somiglianza con il lockdown ! Quante tane abbiamo costruito in questi lunghi mesi di clausura nelle nostre case.

La modalità di vivere corrisponde a quella del roditore: un isolamento familiare in un abituale contesto di vicinanza e di collegamento con gli altri, l’attitudine abituale e praticata anche con eccesso all’assembramento, che diventa improvvisamente una colpa o un pericolo per la stessa salute!

Il roditore, a differenza di coloro che sono costretti a vivere dentro le loro case e non fuori di esse, gode della sua solitudine, ne apprezza la bellezza e la piacevolezza, ne parla con trasporto emotivo: il fresco delle gallerie; il cibo a disposizione; il silenzio.
Tutta la costruzione materiale e mentale del roditore-architetto improvvisamente entra in crisi perché percepisce una presenza imprevista, o meglio il segno di una ipotetica presenza: un sibilo.
La sua tranquillità entra in crisi, crollano tutte le certezze sulla inaccessibilità del luogo da lui voluto e costruito. “Scendo pertanto in galleria fino alla piazzaforte e là mi metto in ascolto.

Strano, ma anche qui il medesimo rumore.”(Eadem). Angoscia, ansia mettono a repentaglio tutta la sua vita ed anche i ritmi vitali trovano sconosciuti pensieri, paure.
Occorre forse una nuova idea di costruzione: quella difensiva, creare i presupposti per ostacolare l’avvio di attività aggressiva da parte di un fantomatico nemico.
Alla fine, “Tutto invece è rimasto immutato”: la laconica ed interrotta conclusione del racconto, che Kafka avrebbe voluto che fosse bruciato assieme ad altri scritti, ma che la seconda moglie Dora Diamant volle salvare.

A parte la analogia facile, scontata – ma non appropriata del tutto! – con l’isolamento del nostro tempo, il racconto intende riferirsi anche ad una diffusa condizione umana che si contraddistingue per la tendenza all’isolamento, ad una solitudine forzata, ma anche alla continua ricerca di un diverso, sul quale scaricare la potenziale aggressività, e dal quale proteggersi ricorrendo ai più meschini sotterfugi.

“Porto le sbarre dentro di me”, confidava Kafka all’amico Gustav Janouch.
“Ogni uomo vive dietro alle sbarre che si porta con sé. È per questa ragione che le persone scrivono così tanto di animali.
Ciò esprime il desiderio ardente di una vita libera nella natura … L’esistenza umana per loro è un fardello, perciò ne dispongono nella fantasia … Gli uomini hanno paura della libertà e della responsabilità, perciò preferiscono nascondersi dietro alle sbarre della prigione che si costruiscono attorno”.
(Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka, Guanda, Milano, 1991).


(Già apparso su facebook e su "La Sicilia" del 28 febbraio 2021)
Zino Pecoraro

 
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