POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
marzo 2021
ZINO PENSIERO: SE SHAKESPEARE NON FOSSE MAI ESISTITO, IL MONDO SAREBBE MOLTO DIVERSO?
Se fosse possibile fare una statistica reale, si potrebbe confrontare il dato delle presenze di “uomini comuni” negli stadi, nelle discoteche con quelli che frequentano le biblioteche, i musei.
Certo una statistica recente non sarebbe possibile, dato che queste tipologie di luoghi di potenziale assembramento sono chiusi e, quindi, non frequentabili. Ma tutti sappiamo che rara è la frequenza nelle biblioteche, nei musei, specie tra i giovani.

L’invenzione delle visite d’istruzione nelle scuole superiori ha cercato di avvicinare gli studenti ai più grandi monumenti, ai musei e alle biblioteche dell’Europa.
Ma è stato un avvicinamento proficuo? Ha sviluppato poi un interesse vero e persistente nei confronti dei fatti culturali ed artistici? Chi ha insegnato nelle scuole superiori conosce bene quali sono gli effettivi e reali interessi dei giovani, quando atterrano nelle capitali europee.
Pochi studenti, quelli più sensibili ed attenti, in genere seguono il docente che si sforza di rendere proficuo il giro tra le stanze del Louvre.

Capita talvolta che al ritorno dal percorso istruttivo, alcuni studenti che erano dati per scomparsi si trovavano distesi sui divani a riposare!
Questi ultimi studenti, una volta cresciuti, hanno buone probabilità di fare parte della categoria che nel libro di Virginia Woolf, Gita al faro, sono definiti “uomini comuni”. (Virginia Woolf, Gita al faro, p. 48).

“Se Shakespeare non fosse mai esistito, si chiedeva, il mondo sarebbe molto diverso da quello che era oggi? Il progresso della civiltà dipende dai grandi uomini? Il destino dell’uomo comune è migliore ora di quello che era ai tempi dei Faraoni? D’altro canto, si chiedeva, il destino dell’uomo comune è il criterio sulla cui base misurare il grado di civiltà? Forse no.

Forse il maggior benessere richiede l’esistenza di una classe di schiavi. Il fattorino dell’ascensore in metropolitana è una necessità eterna.”(Ibidem). L’uomo comune del nostro tempo (absit Covid 19) assiste e partecipa con maggiore entusiasmo ad una partita di calcio o ad un concerto: si emoziona, accresce la sua interiorità, si immedesima e scarica le sue tensioni.

L’uomo comune (absit Covid 19) prova una minore o quasi nulla carica partecipativa, si rifiuta di comprare il biglietto, per entrare nei musei o nei teatri.
Allora i grandi uomini non determinano il progresso della civiltà. Forse, alla fine, i grandi uomini, gli eccezionali artisti, i grandi scrittori hanno propri e specifici interlocutori, che alla fine somigliano a loro stessi, hanno fisionomie comuni, sensibilità identiche.

O forse gli interessi culturali ed artistici costituiscono terreno analogo tra due sconosciuti che alla fine si vedono accostati dalla comune simpatia per un testo o per un’opera d’arte.
In “Porte aperte” di Leonardo Sciascia nella giuria popolare si trova un agricoltore colto: “Un giorno il giudice lo sentì parlare col professore del codice del Dafni e Cloe alla Laurenziana, e della macchia d’inchiostro che vi aveva lasciato Courier.

Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria.” (L. Sciascia, Porte aperte in Opere, vol. I, p. 1092)
Alla fine, nelle società liberali del nostro tempo “il fattorino dell’ascensore in metropolitana” non è “una necessità eterna”.
Gli ascensori sono manovrati dagli stessi utenti e non hanno più bisogno del fattorino; ma anche il fattorino, se vuole, può aspirare al godimento di Shakespeare, può trovare in altri sintonie culturali ed artistiche: la formazione e gli interessi culturali sono liberi ed accessibili a tutti e facilmente si può scoprire da una citazione, da una parola, come dice Sciascia, “una comune patria”.

Anche il personaggio della “Gita al faro” di Virginia Woolf dimostra di essere contagiato da qualche dubbio e forse la metaforica nascita di Shakespeare non può essere considerata inutile per il progresso dell’umanità, perché per la categoria dell’uomo comune non esiste una reale barriera divisoria, che impedisce di entrare nel “nobile castello” delle lettere.

“Il pensiero gliene usciva sgradito. Scosse il capo. Per evitarlo, avrebbe trovato il modo di ridimensionare il predominio delle arti. Avrebbe sostenuto che il mondo esiste per l’uomo comune; che le arti sono soltanto un ornamento posto sulla superficie della vita umana; non la esprimono. Né Shakespeare è necessario alla vita umana. Non sapendo bene perché volesse deprezzare Shakespeare e andare alla riscossa dell’uomo che sta perennemente alla porta dell’ascensore, colse seccamente una foglia dalla siepe.” (Virginia Woolf, op. cit., p. 48).




Apparso anche su La Sicilia del 14 febbraio 2021 e su facebook.it
Zino Pecoraro

 
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