POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
dicembre 2020
ZINO PENSIERO. UNA LATITANZA RICOMPENSATA CON UN PARADOSSALE INVITO A TAVOLA: LA SPECOLA UMORISTICA DI LUIGI PIRANDELLO.
Anche al tempo di Pirandello la mafia esisteva in Sicilia ed esercitava il suo potere nelle campagne e nelle attività connesse con lo sfruttamento del suolo e del sottosuolo.
A proposito del sottosuolo, lo sfruttamento delle miniere di zolfo era di casa tra i componenti della famiglia Pirandello.

Il padre Stefano gestiva appalti per il commercio delle vene zolfifere, che tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento costituiva una fonte di arricchimento per la borghesia imprenditoriale della provincia di Girgenti.

Lo zolfo aleggia nella storia privata e nelle opere dello scrittore agrigentino: la dote della moglie Antonietta Portulano, imprudentemente investita, dal padre, nell’affitto di una miniera; un primo tentativo fatto dallo stesso Luigi di lavorare presso il Molo di Porto Empedocle tra le esalazioni zolfifere, lui che era abituato a frequentare le aule universitarie come studente; i frequenti riferimenti allo zolfo nelle novelle e nei romanzi.

Tante storie sono raccontate da Pirandello, specie nelle novelle, che coinvolgono il mondo della zolfara nei suoi aspetti contraddittori, nelle sue criticità sociali ed umane, nelle aberrazioni fisiche e mentali causate dalla presenza tormentata nei cunicoli insalubri nei quali con dispendio di disumanità si estraeva lo zolfo.

Se la mafia effettivamente esisteva a quel tempo, non è difficile immaginare che si sarebbe interessata anche dei luoghi dove avveniva lo sfruttamento del prezioso minerale. Insomma, non è plausibile immaginare che uno scrittore che vive direttamente o indirettamente una esperienza di vita nelle campagne o nelle miniere, non conosca che cosa faccia la mafia e quale incidenza possa avere nei fatti economici e sociali del suo tempo.

Luigi Filippo D’Amico, che aveva sposato la nipote di Pirandello, nel suo libro “L’uomo delle contraddizioni” ritiene che sia abbastanza strano che lo scrittore non si sia occupato direttamente di mafia, anzi esprime delle perplessità su questa scelta dello scrittore, ipotizzando anche una forma di autocensura.

Nella novella “Un invito a tavola” sono presenti alcuni elementi che richiamano palesemente la mentalità mafiosa: comportamenti, mentalità, illegalità, sfoggio di disponibilità economiche, munificenza nell’ostentare il cibo, il facile ricorso alla violenza e alla brutalità, la voglia di sottomettere gli altri.

L’invito a tavola era rivolto ad un solo invitato, Don Diego Filinia, inteso Schiribillo. A questo proposito, occorre precisare che certi nomi attribuiti da Pirandello ai suoi personaggi in alcuni casi delineano le caratteristiche fisiche o comportamentali.
Le filinie in dialetto sono le ragnatele. Ora, il personaggio era caratterizzato da una eccessiva magrezza del fisico al punto da sembrare quasi trasparente come le ragnatele.

Nella novella “Un invito a tavola” il monumentale pranzo preparato dalle tre sorelle Borgianni costituiva una specie di ringraziamento dovuto a Don Diego Filinia, perché aveva protetto la latitanza di Luca Borgianni nella sua casa.

Luca Borgianni aveva preso in appalto la costruzione dello stradone tra Favara e Naro. Una sera, al ritorno dal cantiere suppose di essere oggetto di un attentato e sparò contro quello che lui credeva fosse un attentatore incappucciato. Luca era convinto che avesse ucciso qualcuno, ma in realtà aveva sparato contro un cappuccio appeso ad un ferrajolo. A questo punto nella novella compare il tema della latitanza: una pratica diffusa negli ambienti mafiosi.

Don Diego aveva ospitato per quindici giorni Luca Borgianni nella sua casa. E’ probabile che il morto ci sia stato davvero nel racconto orale proposto a Pirandello, ma lo scrittore, nella pratica dell’umorismo, conferisce al fatto drammatico un risvolto umoristico: uno sparo diretto ad un indumento piuttosto che ad un uomo.

La latitanza di Luca doveva essere tutelata. I cinque fratelli Borgianni, giganteschi e forzuti, erano gente di tutto rispetto. Si occupavano di attività sensibili all’infiltrazione mafiosa: Rosario e Nicola curavano le terre; Titta gestiva una zolfara; Luca, a sua volta, si dedicava agli appalti. Mauro era un esperto cacciatore ed un infallibile cecchino.

Nella novella è raccontato un episodio di evidente sopraffazione, ad opera di Mauro, nei confronti di un allevatore di bestiame. Il comportamento degli otto fratelli è caratterizzato da una continua rissosità e dal frequente uso delle mani.

E’ difficile immaginare che la gestione di tutte queste attività economiche possa avvenire senza il ricorso ad una forte presenza intimidatoria nei confronti di eventuali ostacoli. D’altro canto è anche violento, anzi brutale il contegno degli otto fratelli Borgianni contro il povero Don Diego Filinia: ingozzarlo di cibo come paradossale forma di ringraziamento per avere agevolato la latitanza di Luca Borgianni. Insomma nella novella sono disseminate esplicite allusioni alla mentalità mafiosa.

Sembrerebbe che Pirandello tale mentalità mafiosa diluisca in una forma umoristica con la fuga a piedi nudi del povero Don Diego Filinia per sfuggire all’aggressione gastronomica dei rissosi e prepotenti fratelli Borgianni.



Apparso anche su facebook e Su La Sicilia del 25 ottobre.
Zino Pecoraro

 
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