POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
luglio 2020
ZINO PENSIERO - L'"ODIOSOAMATO" PAESE DEL CUORE: RIFLESSIONI PIRANDELLIANE SULLA GREVE VITA DI PROVINCIA
La pandemia ha insegnato anche questo: piccolo è bello.
Non i grandi luoghi di ritrovo, di pericolosi e contagiosi agglomerati, ma lo stare a casa in un ambito ristretto, a contatto di gomito continuo con i propri familiari senza la tregua del lavoro esterno o della partitella con gli amici.

I piccoli centri alle metropoli: il vivere sociale nei piccoli centri torna ad assumere il ruolo di maggiore umanità, di scambi frequenti tra i vicini, di attenuazione dei conflitti familiari e relazionali; perfino la spesa è più facile nei pochi negozietti che sopravvivono proprio nei piccoli centri.

Anche Leopardi, una volta che riuscì ad evadere da Recanati e venne a trovarsi a Roma, scrisse di preferire i piccoli centri alle dispersive città.

Ma non sempre la vita nei piccoli centri è idilliaca, come si pensa. Pirandello, che visse per lo più nelle città o negli specifici luoghi della modernità (alberghi, navi, treni), sottopone al vaglio critico la vita provinciale che conosceva molto bene.
Egli con compiutezza e rotondità stilistica, ma con una sarcastica punta di distacco, descrive alcuni luoghi che gli sono stati familiari, perché conosciuti per esperienza diretta.

Ecco un pirandelliano spaccato di vita provinciale che si rivolge ad un piccolo centro, che poi è Porto Empedocle, che ai tempi dello scrittore era il centro di raccolta e di commercio dello zolfo, che era accatastato sulle banchine del porto in un forsennato attivismo di miseri e derelitti operai disfatti dalla fatica e dalle indicibili condizioni di lavoro.
Sui lavoratori guadagnavano e si arricchivano i proprietari delle banchine e i commercianti.

Ma, quale era lo scopo di tutte queste fatiche?
“Si accanivano tanto ad arricchire, e poi – ricchi – che facevano? Eccoli là: si vestivano di festa, la domenica. Belli, con quelle facce cotte al sole! con quelle pance stipate di maccheroni, e le catene d’oro massicce, e le cravatte sgargianti, e i piedi piatti nelle scarpine di coppale, e le calze gialle e verdi!
E passeggiavano, mandando le gambe in qua e in là, dondolando le braccia (e tutta la strada sonava allo sgrigliolio delle loro scarpe) su e giù, su e giù, con mezzo sigaro pesto tra i dentacci neri.” (Lillina e Mita, NUA, II, p. 219).

Il rito della passeggiata con la relativa esibizione degli ori e degli abiti continuava poi il pomeriggio al Molo Vecchio.
Poi al suono dell’avemaria tutti ritornavano a casa per la cena e poi a letto.
Il narratore non può fare a meno di notare, da osservatore abituato ai riti teatrali della città, come tutto questo sfarzo di benessere e di guadagno non è indirizzato anche a creare dei luoghi di elevazione artistica e spirituale.

“Avessero mai pensato, con tanti denari, a procurarsi un qualche godimento, a edificare un teatro per esempio, per ricrearsi un po’ lo spirito dopo tante fatiche bestiali!”. (Lillina e Mita, cit. , p. 220).

Il conflitto città/paese è vissuto con malinconico trasporto emotivo dalla protagonista della novella, Lillina Lumia, che era cresciuta a Napoli presso una zia, che l’aveva accolta bambina, dopo la morte della madre. Poi, quando il padre volle risposarsi pretese ed ottenne che Lillina tornasse a vivere con lui e la matrigna.

Ma Lillina non poteva fare a meno di sognare la città di Napoli, dove era cresciuta e questo avveniva, quando il suo sguardo si rivolgeva alle bestiali abitudini dei concittadini.

“- Ah, Napoli … Napoli! – sospirava Lillina Lumia. E nell’anima le si accendevano a sprazzi le visioni lontane della grande, bella e gaja città tumultuosa; e, abbassando le palpebre, chiudeva negli occhi le lacrime dei dolci ricordi angosciosi.”(Ibidem).
Nella novella “La distruzione dell’uomo” il degrado in alcuni quartieri è presentato con riferimenti realistici: “Soprattutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale.

Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lì i loro bisogni, mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane … E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffi che si davano, le strappate dei capelli, e gli strilli che ne seguivano, a cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani.” (La distruzione dell’uomo, NUA, III, p. 412).



Apparso anche su Internet e su La Sicilia del 26 aprile 2020.
Zino Pecoraro

 
stampa articolo
Politica dei Cookie       -       Design & Animation: Filippo Vezzali - HTML & DB programming: Alain Franzoni