POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
ottobre 2014
I MOVIMENTI SOCIALI DI "UN NUOVO MONDO POSSIBILE"
L'IDEA-CHIAVE DI "PROGETTUALITA' COMUNITARIA"
Etimologie

Comunità. Tradizione. Autorità. Quante volte, oggi, chi cerca di capire il mondo presente e operare per un futuro diverso ha la sensazione che le parole note non bastino, o siano inadeguate, e occorra inventarne di nuove? Ė il caso di queste tre parole – che abbiamo scelto quasi provocatoriamente -, le quali rimandano immediatamente a qualche cosa di “reazionario”, antimoderno, regressivo: chiusura in un ghetto, o autoghettizzazione, ricerca di piccole felicità di nicchia, la prima; richiamo al passato, spirito di conservazione la seconda; gestione del potere che toglie dignità e potere agli altri, la terza.
Forse, c’è bisogno di parole nuove, o, forse, occorre prestare attenzione alla carica simbolica, alla virtù evocativa di bisogni inediti e profondi, a lungo ignorati e per nulla “regressivi”, che sembrano soggiacere all’uso sempre più frequente di parole del genere di quelle tre da cui abbiamo preso le mosse. Alle quali altre se ne potrebbero aggiungere, di grande attualità e eguale ambivalente pregnanza: identità, differenza, vissuto, responsabilità, relazione, progetto… Allora, forse, può essere utile un’indagine etimologica la quale può rivelare, a volte, qualche cosa che attiene a un significato antico, paradossalmente più attuale di quello che tali parole hanno finito con l’assumere, e che forse ne spiega la “persistenza”, la riattivazione in un’epoca dove, qualcuno, le aveva già dichiarate morte e sepolte.
Tradizione. Il traditus e la traditio latina, e il relativo verbo tradere non hanno molto in comune con l’idea di “fare qualcosa rivolto al passato”, bensì con il “tramandare”, ma anche “raccontare”, narrare, insegnare; dunque, “tradizione” è equivalente di “qualche cosa che viene consegnato al futuro”: non un presente rivolto al passato, ma un passato rivolto al futuro.
Autorità. Auctoritas ha la stessa radice di auctor, che non è solo “colui che fa”, ma anche “colui che fa avanzare”, che crea, fonda, inventa. Auctoritas, dunque, è in primo luogo “legittimazione di colui che fa, che crea”, quindi autolegittimazione, ma anche autoconsapevolezza del proprio valore, della propria autenticità, autovalorizzazione.
Communitas, infine, significa innanzitutto “comunanza”, “socievolezza”, senso di appartenenza a un “essere in comune”, e non “gruppo sociale sinonimo della società semplice premoderna” quale ha finito col significare nella ricerca sociologica ottocentesca di stampo positivista, ma anche in tanta parte del “senso comune” del giorno d’oggi.

Rotture epocali

La società moderna occidentale, nei quasi tre secoli della sua esistenza (fine Settecento-fine Novecento), ha creato una serie di istituzioni che contenevano in sé delle possibilità di perfezionamento “progressivo”: a livello economico (la fabbrica, il mercato, lo Stato del Welfare), a livello politico (la cittadinanza, lo Stato democratico “nazionale”), a livello territoriale (la città “fordista”), a livello culturale (la famiglia nucleare, il “principio individualistico”, l’idea della partecipazione “funzionale” all’indefinito progredire della società). Pur restando, per motivi di spazio, a livello di estrema sintesi (1), si può dimostrare che è attorno agli anni Settanta del XX secolo che appaiono con evidenza i primi sintomi significativi di crisi del modello “integrativo” di società che - con alti e bassi - ancora negli anni Sessanta si credeva avesse potenzialità espansive e “diffusive” sull’intero pianeta: al verificarsi dell’inizio del processo di “globalizzazione post-industriale” con la creazione di reti “selettive” del potere finanziario, informatico e delle nuove metropoli “post-fordiste” (le global cities) del Nord del mondo, facevano da contrappunto segnali forti di crisi dello Stato-nazione moderno, del modello del Welfare, dell’equilibrio ambientale, del rapporto Nord-Sud del pianeta. La forma che andava assumendo la nuova globalizzazione - determinata soprattutto dall’inedito problema della “scarsità relativa” di molte risorse naturali - non poteva più contenere la promessa di felicità sul medio periodo per i “dannati della terra”; anzi il crescere smisurato delle metropoli terzomondiali della miseria e dell’emarginazione era la premessa per il nuovo fenomeno “globale” delle grandi migrazioni contemporanee.

Progetti “autorevoli”

Tutto ciò ha determinato, ma anche è stato reso evidente dal mutamento “epistemologico” che ha investito i “movimenti sociali” della nuova epoca. Non più, fondamentalmente, movimenti di integrazione, completamento, compimento delle “istituzioni della modernità”: com’erano stati in gran parte il movimento operaio, i movimenti “risorgimentali” di liberazione nazionale otto- e novecenteschi, i movimenti democratici protesi all’istituzione della scuola pubblica o del Welfare, i movimenti per i diritti civili come ancora quello per il voto alle donne, o quelli per il riequilibrio territoriale nello sviluppo tra regioni forti e deboli, tra città e campagna, tra Nord e Sud del pianeta - financo i movimenti e le esperienze poi fallite di società socialista, pur sempre società “moderna”, che i suoi fautori intesero come massimo compimento della modernità stessa… I “nuovi movimenti” dovettero farsi carico delle rotture epocali in atto, dei frammenti della modernità in corso di esplosione, cioè dovettero farsi carico dei problemi del mondo: di un mondo che, nella follia di uno sviluppo “monoculturale” ormai incentrato sulla sola economia, sulla possibile distruzione delle risorse naturali, sulla necessità di escludere dai propri paradigmi confinati gran parte dell’umanità, non era più in grado di proporre un credibile “percorso di modernizzazione” valido per tutte le classi e tutte le latitudini.
I “nuovi movimenti sociali” non poterono più essere “rivendicativi” (di una partecipazione, più o meno conflittuale, all’“aggiustamento” delle istituzioni esistenti), ma furono costretti ad essere progettuali. Sfida epocale, il “partire da sé” significò innanzitutto un voler riflettere sul proprio essere e destino nel mondo, rinunciare deliberatamente a garanzie, narrazioni consolidate, riferimenti istituzionali certi e pacificanti. Ovunque, al Nord ma anche al Sud del mondo - cercando faticosamente, senza sempre riuscirvi, di superare le tentazioni “regressive” di un qualche rifugio, “essenzialista” o “integralista”, in un rassicurante passato, in improbabili certezze raccolte da “autorità indiscusse”, in nicchie identitarie fatte di comunità separate -, i movimenti dell’etnicità contemporanea hanno contribuito a immaginare progetti di rinascita locale fondati sul principio della pluralità culturale, al di là della crisi dello Stato-nazione; i movimenti ecologisti, di riequilibrio dei luoghi e dei territori, anche i movimenti urbani hanno cercato di collegare la salvaguardia della natura (un “nuovo dialogo, una nuova alleanza tra uomo e natura”) con nuove ricerche di senso sulle relazioni tra gli umani, e la società e l’economia e l’uso appropriato delle risorse nella direzione di una sostenibilità reciproca tra comunità insediate e ambiente. Ceti sociali trasversali alle classi “economiche” hanno iniziato a cercare la propria “identità”, come premessa per una nuova “relazione con l’altro”. Identità, differenza, relazione: parole forti, sulle quali giustamente rivendicano priorità di esperienza i movimenti femminili degli anni Settanta, che pongono la differenza come base della costruzione di uno spazio altro, che è anche spazio di una nuova relazione con l’altro, per fondare la relazione sulla reciprocità del “due”.
Questo è, a mio parere, il significato attuale (attuale e “antico”) della parola comunità: che non è comunanza tra eguali, bensì lo spazio relazionale e multidimensionale dell’insieme di relazioni tra diversi - relazioni scelte, condivise, riflessive - luogo della tensione, dell’”erotismo sociale” come qualcuno l’ha chiamato, che presiede alle nuove reti di costruzione progettuale di un “nuovo mondo possibile”.
Ci sono oggi, in giro per l’Europa e anche in Italia, gruppi di immigrati che non intendono affatto “integrarsi”, ma elaborano - insieme a ong europee e dei paesi di provenienza - dei progetti di rinascita dei “villaggi d’origine” specialmente africani. Essi sono i “nuovi cittadini” del quartiere, della città europea, della “comunità Nord-Sud”, anche del proprio villaggio o quartiere della megalopoli di provenienza: cittadinanza plurale, che anticipa il futuro, dentro una nuova idea di “localismo cosmopolita”. Ebbene, questo piccolo esempio ci dice: legame col passato, con il vissuto e la memoria storica, dal quale giunge la spinta per il progetto di futuro (la “tradizione”); “comunità” come complesso di reti progettuali. Ma, soprattutto, appare qui il significato omologo tra “autorità” e “progetto”: il quale ultimo ha un senso originario di “sporgenza”, e “progettare” vuol dire sporgere, gettare fuori, mettere dunque fuori la testa, e questo a sua volta è un testi/moniare, portare la propria “testimonianza” nel mondo; dunque, essere “autori”, creatori, comunicatori del “proprio” mondo e, proprio per questo - senz’alcun predominio gerarchico o “autoritario” – assumersene una legittimità “autorevole” in quanto portatori autentici dei propri valori.

Nota
1 - Approfondisco molti dei temi di questo articolo nel mio Elementi per una sociologia del progetto, Libreria Clup, Milano 2001.
Sergio De La Pierre

 
stampa articolo
Politica dei Cookie       -       Design & Animation: Filippo Vezzali - HTML & DB programming: Alain Franzoni