
Da oltre vent’anni si sta verificando in diversi paesi, del Nord e del Sud del mondo, un fenomeno inatteso in base ai paradigmi dello sviluppo economico indefinito, che oggi, nella situazione di crisi globale che conosciamo, fa sempre più fatica ad essere accettato. Parliamo del diffondersi, in un crescendo inarrestabile negli ultimi anni, di forme di rinascita comunitaria che si caratterizzano per la valorizzazione di economie locali, di patrimoni territoriali e culturali che sembrano porsi “ai margini” delle aree “megaurbane” caratterizzate dalla centralità della finanza, dal consumo dissennato di suolo, da zone di “crescita economica” sempre più a macchia di leopardo, dalla esclusione sociale di ceti sempre più vasti, dal degrado urbano in immense periferie della disperazione e della miseria.
Di fronte a tutto ciò, e spesso nel silenzio colpevole dei mass media, sono andate diffondendosi inizialmente nel Terzo mondo forme di resistenza e di riappropriazione di territori e di destini: dal movimento dei Sem terra in Brasile alla rivoluzione del microcredito in Bangla Desh (e poi in molti altri paesi), dalle reti di villaggi sub-sahariani alle forme di riqualificazione urbana in diverse città dell’America del Nord e dell’Europa. Ma limitando, per motivi di spazio, la nostra analisi quasi soltanto all’Italia, vorremmo intanto render conto di un quadro – certamente parziale – dell’insieme di reti e realtà locali che riguardano molte centinaia di Comuni, in un crescendo impressionante negli ultimissimi anni.
Tra le più antiche – nasce nel 1996 - c’è la RIVE (Rete italiana dei villaggi ecologici) la quale, ereditando in alcuni casi l’esperienza delle comunità hippies degli anni Settanta, oggi si occupa anche di cohousing, di costruzione di economie locali solidali, di nuovi stili di vita. Non sono tantissimi questi villaggi (meno di 10), ma alcuni hanno il pregio di esperienze esemplari anche per l’apertura territoriale e “cosmopolita” che li caratterizza: citiamo solo l’esempio di Torri Superiore vicino a Venitimiglia e del villaggio/comunità di Urupia nel Salento: il quale ultimo si autodefinisce, in base alle sue origini libertarie degli inizi anni Novanta con l’incontro tra giovani salentini e giovani tedeschi, una “Comune”, un “laboratorio sociale dell’utopia”; le sue attività, specialmente in campo agricolo e della socializzazione, sono ormai riconosciute in tutti i territori circostanti.
Risale al 2003 la nascita della RECOSOL (Rete dei Comuni solidali – Comuni della Terra per il Mondo); dai pochi Comuni piemontesi delle origini, oggi si arriva a 250 realtà locali sparse in tutta Italia, tutte impegnate in progetti di solidarietà col Terzo mondo (in base al principio della cooperazione decentrata) e col mondo degli immigrati. L’esempio forse più fulgido viene dal piccolo Comune di Riace (Rc), che da dieci anni circa ha avviato, in collaborazione con altri Comuni calabresi, un progetto di accoglienza di molti immigrati “richiesti” appositamente a Lampedusa, e tutto ciò ha avuto il risultato stupefacente di avviare un percorso di rinascita economica e culturale locale, in un territorio situato in mezzo alla Locride!
Nel 2005 nasce l’Associazione del Comuni Virtuosi, che dai quattro associati iniziali oggi vede la presenza di 70 Comuni. Ogni anno questa associazione attribuisce a uno o più Comuni il riconoscimento di “Comune a 5 stelle”, in base a cinque parametri relativi alle seguenti “buone pratiche”: gestione del territorio, rifiuti, mobilità sostenibile, politiche per l’ambiente, nuovi stili di vita. Chi scrive ha studiato in particolare il caso di Mezzago (Mb) che ha ricevuto quel premio per tutti e cinque i parametri: anche se si può rilevare, criticamente, che tra di essi non figuri un “livello di democrazia partecipativa”, che pure è di grande rilievo proprio per il caso di Mezzago.
Di estremo interesse – e forse è il caso meno conosciuto – è il fenomeno della rinascita dei “villaggi abbandonati”, i quali riguardano circa 5.000 località in tutta Italia (e in particolare in Basilicata, Marche, Umbria, Toscana e Liguria). Si dice che 3.000 di queste villaggi siano a rischio di totale estinzione. Secondo un altro studio, si parla con più precisione – forse riferendosi alla dimensione comunale istituzionale - di “1.936 Comuni-polvere” . Ebbene, già diversi di questi borghi sono stati oggetto di progetti di restauro e ri-vitalizzazione, per l’interessamento di diverse associazioni come il Gruppo Touring Club, l’Associazione Borghi più belli d’Italia, l’Unione delle pro loco e l’associazione Paesi Fantasma Gruppo Norman Brian. Un solo esempio: la borgata di Paraloup in valle Stura, che fu luogo di rifugio dei partigiani del cuneese, è diventato, dalla metà degli anni 2000, un ecomuseo con ricche attività di accoglienza e socializzazione, oltre che di rinascita di un’economia di montagna. La promozione di un’idea nuova di turismo, incentrata sulla collaborazione del turista stesso alla manutenzione del territorio, sta alla base di molte di queste esperienze, ad esempio con l’accoglienza incentrata sulla forma dell’“albergo diffuso”.
L’insieme di queste esperienze “in rete” non esaurisce tuttavia la realtà complessa di questi casi di rinascita comunitaria . Per limitarci alla sola Lombardia, in una ricerca svolta nel 2012 per conto dell’ente di ricerca regionale Eupolis (cui il sottoscritto ha partecipato insieme ad alcuni colleghi della Facoltà di Agraria di Milano), abbiamo “scoperto” almeno cinque Comuni esterni a tutte le “reti” in cui, attorno alla valorizzzazione di un prodotto agro-alimentare tipico, si è andata coagulando negli ultimissimi anni una vera e propria rinascita economica, sociale, culturale di ampia portata . Ma l’associazione “Società dei territorialisti e delle territorialiste” (nata a Firenze nel 2011 su impulso di Alberto Magnaghi ed erede del lavoro quasi trentennale della “scuola territorialista italiana”) ha iniziato a raccogliere sul suo sito tutte le situazioni sparse sul territorio italiano, nell’ottica della costruzione di un vero e proprio “Osservatorio sulle buone pratiche di autosostenibilità locale”.
Sempre sulla falsariga di questo repertorio estremamente sintetico e ancora parziale sulle varie forme di rinascita comunitaria, non si può infatti sottacere anche il sorgere di aggregazioni a livello universitario, protese a una ricerca teorica e trans-disciplinare sui fenomeni di cui stiamo discorrendo. La Toscana, in questo ambito, svolge la parte del leone (la Regione Toscana nel 2007 è sta l’unica in Italia che finora abbia promulgato una legge sulla partecipazione). La stessa sopra-citata Società dei territorialisti non è altro che un polo di ricerca inter-universitario che investe una ventina di università italiane. Il 17-18 maggio 2013 ha tenuto a Milano il suo primo convegno sul tema “Ritorno alla terra”, incentrato sulle esperienze e riflessioni connesse con l’emergere del nuovo fenomeno della “neoruralità” . L’Università di Siena, in collaborazione con quelle di Lubiana e Barcellona, sta portando avanti, sui temi del patrimonio territoriale e culturale, il progetto europeo Innovating heritage: developing new practices and tools of participatory democracy in Europe. La stessa Università del Molise, su impulso di Rossano Pazzagli (sull’onda dell’esperienza dei cinque Atenei toscani che hanno costituito un Centro interuniversitario di Scienze del territorio), ha costituito un Dipartimento di Scienze del territorio.
Nel titolo di questo intervento abbiamo accennato alla rinascita comunitaria come “risposta strategica alla crisi”. Ebbene, per restare sul terreno dei riscontri empirici, non posso qui non far riferimento, sia pure sempre in estrema sintesi, alla situazione della Grecia.Silvia Marastoni di Milano sta lavorando a un libro/inchiesta (che verrà publicato dalla MAG Verona) dal titolo provvisorio Ricostruire la Grecia, dentro e oltre la crisi. In una presentazione sintetica della ricerca, la situazione di possibile “rinascita” della Grecia viene così presentata:
La crisi ha mobilitato grandi risorse di creatività sociale, economica e perfino artistica […]. Ci sono molti esempi, di cui sappiamo poco dai nostri media: dalle diffusissime assemblee di quartiere alle reti di vendita diretta, al proliferare dei circuiti di monete locali o di scambi senza denaro. Dai molti utilizzi creativi della tecnologia a scopo sociale alla creazione di cucine collettive e di mense gratuite autogestite. Dagli ambulatori medici agli ospedali e ai centri di sostegno psicologico aperti da volontari, alle esperienze di coltivazione collettiva già in corso. Dai progetti di riqualificazione del paesaggio urbano all’espressione artistica come strumento di denuncia ma anche di riflessione, elaborazione e ricerca di nuove “strade”.
Questo insieme di progetti, che richiamano alla mente esperienze analoghe realizzatesi in Argentina in occasione della crisi del 2001-2002, sono la testimonianza vivente di che cosa può significare “rinascita comunitaria” nel mondo d’oggi: non certo un “bricolage sociale” (come temono alcuni sociologi dello sviluppo), se non addirittura un richiamo nostalgico a bucoliche comunità del passato (mai esistite in realtà); e, invece, un’allusione fattiva a una progettualità sociale diffusa, dentro la crisi e oltre la crisi, che sola può spiegare il diffondersi esponenziale di queste esperienze proprio in occasione della grande crisi globale in atto. Approfondire tutto ciò richiederebbe ben altro spazio; e tuttavia non possiamo non fare un cenno ad alcune caratteristiche “teoriche” che sembrano presenti un po’ in tutte le esperienze di cui abbiamo parlato, e che possono suffragare la nostra idea di rinascita locale come risposta strategica alla crisi stessa.
Diversi sono i “modelli normativi” che sono stati avanzati per interpretare questi fenomeni: da quello SLOT (Sistema locale territoriale, elaborato dalla scuola “geografica” di Giuseppe Dematteis di Torino), a quello del “patrimonio territoriale” (della scuola territorialista), ai modelli più legati alle tematiche della neoruralità (in Francia si parla ad esempio di modello SYAL: Système agroalimentare localisé). Pur con tutte le loro differenze, ci sentiamo di affermare che essi hanno in comune il principio della multidimensionalità di queste esperienze locali di nuova generazione. Si tratta più precisamente di una tensione alla multidimensionalità. Infatti, per fare un esempio, le esperienze di rinascita locale che abbiamo studiato in Lombardia partono tutte da una dimensione, la ri-valorizzazione di un prodotto agroalimentare, ma poi la comunità si riassetta facendo di quell’item il volano per uno sviluppo complessivo della creatività sociale: rimessa in valore del patrimonio edilizio, architettonico, artistico, creazione di reti associative progettuali, ripensamento del ruolo dell’istituzione locale, ripresa di attività artigianali, ri-nascita di un turismo inteso non come consumo di beni locali ma responsabilizzazione del turista negli stessi percorsi di rinascita locale .
Tutto ciò può essere espresso anche nei termini di un concetto elaborato dalla scuola territorialista (in particolare dal sociologo Alberto Tarozzi): autosostenibilità. La quale significa accettare il principio della tradizione ecologista della sostenibilità ambientale, ma integrarlo con altre forme di sostenibilità più complesse e polivalenti. Sostenibilità infatti non può che significare “accettabilità” di un progetto da parte dell’insieme “ecologico” di una comunità, la quale è fatta di ambiente naturale, ma anche di ambiento costruito, antropico, culturale, sociale ecc. Dunque si parla di autosostenibilità come insieme di sostenibilità ambientale, ma anche sociale (capacità di inclusione dei diversi e delle fasce deboli), politica (qui si apre tutto il discorso delle nuove forme di democrazia partecipativa), culturale (valorizzazione della memoria, delle lingue locali ecc.), economica (rinascita economica endogena, che riesce a superare forme di scambio, di produzione e di consumo legate ai modelli “globalizzati”), e infine sostenibilità territoriale: la quale significa apertura della comunità locale agli altri territori, secondo una prospettiva non gerarchica ma di condivisione di un unico destino, nella propria regione e fuori da essa, che è il destino di una costruzione graduale, ma in crescita, di un progetto comune “dal basso” (qualcuno l’ha chiamata “globalizzazione dal basso”), che rappresenta, se non una certezza, una forte speranza di alternativa strategica ai disastri economici, finanziari, culturali nel mondo d’oggi, ormai sotto gli occhi di tutti. Sarebbe l’inizio di quello che anni fa Wolfgang Sachs, del Wuppertal Institut, ha chiamato la prospettiva del “localismo cosmopolita”.
Per saperne di più
De La Pierre S., L’albero e le parole. Autobiografia di Mezzago, Franco Angeli, Milano 2011;
Dematteis G., Governa F. (a cura di), Territorialità, sviluppo locale, sostenibilità: Il modello SLoT, Franco Angeli, Milano 2005;
Magnaghi A. (a cura di), Il territorio bene comune, Firenze University Press 2012;
Tarozzi A., “Autosostenibilità: una parola chiave e i suoi antefatti”, in A. Magnaghi (a cura di), Il territorio degli abitanti. Società locali e auto sostenibilità, Dunod-Masson, Milano 1998;