POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
novembre 2012
Allevare in modo sostenibile.
fotofotoCarne, (soprattutto), uova, latte, formaggi questo è quanto produce la filiera che dagli allevamenti arriva alla nostra tavola.
La produzione dei capi di bestiame avviene secondo diverse tipologie, si va dal sistema misto agricolo/allevamento, che utilizza terreni naturali o irrigati soprattutto per la produzione di foraggio al sistema di allevamento esclusivo che può avvenire in modo estensivo in pascoli o in modo intensivo in strutture specifiche.
Le differenze sono palesi: chi alleva usando pascoli consente agli animali di brucare e quindi muoversi, le loro deiezioni sono usati come fertilizzante naturale, gli animali sono usati per il lavoro nei campi, le stalle vengono usate solo nei periodo invernali.
L’allevamento industriale avviene invece in strutture costruite appositamente ove gli animali possono o essere tenuti abbastanza liberi con aree ove si possono muovere adeguatamente o, invece, vengono legati o chiusi in piccoli spazi.
Una ulteriore esasperazione avviene per le modalità di produzione in strutture rigidamente industriali che prescindono dal luogo e dal territorio in quanto i capannoni sono areati ed illuminati artificialmente e gli animali sono nutriti con alimenti appositamente studiati e bilanciati provenienti da altra filiera industriale: è il caso principalmente di maiali, polli e galline ovaiole.
Per approfondire correttamente il problema della sostenibilità nella pratiche di produzione è necessario analizzarlo in connessione al territorio che le ospita, al tipo di alimentazione, alle emissioni ed al benessere proprio delle varie specie allevate.
Allevare all’aperto consente, a chi possiede terreni, di gestite un sistema praticamente autosufficiente, con cui allevare e nutrire i capi, liberi di muoversi in spazi ampi: questa modalità è stimato possa accogliere 10/20 capi ( bovini) per ettaro; una eventuale generalizzazione di tale modalità non consentirebbe però di rispondere alla domanda che è sempre in forte crescita.
Diverso è il problema per gli ovini che abbisognano di minori spazi e sono più adatti a terreni collinari e montagnosi: si pensi, per restare in Europa, all’Irlanda o alla Scozia ove la grande diffusione di questa modalità di allevamento consente significative integrazioni di reddito ed il mantenimento di un territorio con alti gradi di qualità e sicurezza.
Per suini ed avicoli allevare all’aperto significa per lo più tornare all’allevamento in aie o in spazi delimitati, ma sufficienti a garantire piena libertà di movimento.

Allevare e nutrire gli animali per nutrire poi l’uomo: questo è il paradigma all’interno del quale verificare le condizioni di sostenibilità.
Si stima che un quarto dei cereali prodotti nel mondo sia utilizzato per l’alimentazione animale (mais, soia, frumento, orzo) , ma si stima altresì che gli stessi terreni se utilizzati per produrre prodotti per la sola alimentazione umana nel mondo produrrebbero cibo al di sopra delle necessità medie di sopravvivenza. E’ però opportuno ricordare gli esagerati consumi alimentari della parte ricca del mondo.
Questi i dati:
• per ottenere un kg di carne di pollo sono necessari due kg di mangime,
• per ottenere un kg di carne di maiale sono necessari quattro kg di mangime,
• per ottenere un kg di carne di bovino sono necessari sette kg di mangime.
Ancora più impressionante è il consumo di acqua richiesto.
• per ottenere un kg di carne di bovino sono necessari 15.000 litri di acqua.
• per ottenere un kg di carne di pollo sono necessari 3.500 litri di acqua.
Se confrontati con le necessità delle produzioni di cereali la differenza è sensibile giacche sempre per la produzione di un kg di prodotto sono richiesti 3.400 litri per il riso, 2.00 per la soia, 1.400 per il grano, 900 per il mais, 500 per le patate.
Per quanto riguarda l’inquinamento prodotto e le emissioni in specifico, è opportuno ricordare in primis come l’inquinamento delle falde è fortemente dipendente dall’azoto e dal fosforo contenuto nelle deiezioni, che, non più in equilibrio con le esigenze dell’agricoltura, se non correttamente smaltite, creano danni davvero rilevanti.
Un esempio per tutti: un maiale produce ogni giorno deiezioni pari a quattro volte tanto quelle umane e se si pensa che in Italia si allevano 9 milioni di suini si capiscono le dimensioni del problema.
L’alimentazione tipica dei bovini è sempre stata legata ai pascoli ed al foraggio, oggi invece l’industria dell’allevamento ha è scoperto che usando miscele a base di cereali si ottengono veloci incrementi di peso (per non parlare poi di chi utilizza anche farine animali!).
Per fortuna che la CEE ha vietato, almeno in Europa, dopo i casi di mucca pazza, l’utilizzo di tali farine.
Per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, il metano e il protossido di azoto prodotti dalla fermentazione interna legata all’utilizzo alimentare dei cerali stanno venendo a costituire un grosso problema giacché si stima che sia, ad oggi, responsabile del 37% circa dell’effetto serra: dato superiore a quello generato dall’intero sistema dei trasporti!
Non varrebbe la pena di segnalarlo, se non fosse vero, che in Argentina per abbattere le emissioni di “gas corporei” (metano) prodotte dai bovini durante la digestione delle fibre vegetali e per non modificare le modalità di produzione delle carni, si sta sperimentando “ un serbatoio gonfiabile attaccato all’animale che raccoglie tali emissioni “ climalteranti”.
Molto più saggiamente Alexander Hristov, professore di nutrizione e prodotti dal latte dell'Università americana di Penn State, ha sperimentato una dieta da fornire ai bovini a seguito della quale la produzione ed emissione di metano risulta ridotte del 40% ed inoltre le mucche producono circa un litro di latte in più a testa ad ogni mungitura.
La semplice aggiunta di pianticelle di origano alla dieta abituale produrrebbe questo risultato.

Inoltre oggi per ridurre la produzione di metano vengono somministrati antibiotici, che in parte restano nel latte e nelle carni passando quindi direttamente all’uomo.
Con la somministrazione dell’ origano ai bovini si avrebbe quindi questo ulteriore beneficio.
Ancora una volta dalla natura i rimedi più semplici ed efficaci.

Il diffondersi di sistemi industriali di allevamento con capi stabulati, contrasta in molti casi con il benessere ed il rispetto dovuto agli animali: i suini non possono grufolare come la loro natura richiede, galline e polli non riescono nemmeno a girasi e come conseguenza aumenta la loro aggressività, i maiali spesso si mordono la coda e la risposta è il taglio della stessa o l’asportazione dei denti, ai polli vengono tagliate le ali ed i becchi per non danneggiarsi reciprocamente. (mutilazione).
La limitazione del loro benessere produce stress e crescita viziata con conseguenze ancora non del tutto esplorate.

Sono possibili allevamenti sostenibili?
Innanzi tutto molti degli aspetti sopra evidenziati possono essere ridotti od eliminati, una sensibilità corrente lo richiede e cominciano ad apparire sui prodotti in vendita scritte del tipo “ capi provenienti da allevamenti a terra” o “uova provenienti da galline allevate a terra” che le fanno divenire caratteristiche per la competitività nei confronti dei consumatori finali.
Vi sono poi gli allevamenti biologici che dal 1988 hanno anche uno specifico riconoscimento nella legislazione italiana e dal 2000 esiste ed è operativo uno specifico Regolamento della C.E.
Qui, la alimentazione è anch’essa caratterizzata da prodotti appartenenti dalla filiera agricola biologica, i ruminanti devono poter pascolare e muoversi all’aperto, nessuna mutilazione è consentita, il letame può essere, per quanto necessario, utilizzato in loco o può essere conferito per un utilizzo legato alla produzione di biogas ed energia.
Tali impianti alimentati dai rifiuti generati dall’allevamento animale, prevedono il totale abbattimento delle componenti inquinanti nei reflui, trasformati in energia rinnovabile o trattati microbiologicamente per diventare humus ammendante organico naturale.
A titolo di esempio l’impianto che ha sede in Vignolo Po ed è operativo da un paio di anni, tratta 30.000 ton/anno di letame e liquame bovino e pollina, con un recupero di 8.200 m3/d di biogas.
Al termine della lavorazione, il biogas depurato produce energia pari a 7.000MWh/anno, che alimenta 2.500 famiglie, evitando la dispersione nell’atmosfera di 3.500 ton di CO2/anno.
Tornando alle aziende di produzione, ma con riferimento anche a quelle di trasformazione e distribuzione, il possesso di certificazioni gestionali ambientali quali EMAS o 14001 potrebbe consentire migliore competitività o, auspicando ulteriori interventi normativi, divenire condizione per la commercializzazione dei prodotti stessi.
Sergio Saladini
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