gennaio 2012
Durban, COP 17: un bicchiere mezzo vuoto.
Di solito quando un risultato convince, solo in parte, si parla di “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”, ma nel caso degli esiti del diciassettesimo vertice sul clima delle Nazioni Unite, recentemente conclusosi a Durban, il bicchiere è decisamente mezzo vuoto.
Dopo due settimane di snervanti trattative il vertice si è chiuso con un accordo al ribasso con il quale si è deciso di dare vita ad un tavolo di trattative, per tutti gli stati facenti parte delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di raggiungere un patto comune entro il 2015.
I governi nazionali si sono dichiarati soddisfatti degli esiti della 17^ conferenza delle parti ed addirittura l’Unione Europea ha salutato tale esito, come una svolta storica che porterà a definire modalità condivise per una strategia globale contro i cambiamenti climatici.
Nel frattempo l’accordo di Kioto, prossimo alla scadenza, sarà prorogato (Kioto2) fino al 2017 e se le ratifiche di tale patto non procederanno celermente si prevede una ulteriore proroga sino al 2020.
Di diverso avviso le associazioni ambientaliste, ivi comprese quelle italiane.
Sostiene il WWF che “dopo due settimane di trattative e un’ulteriore giornata di attesa, i governi del mondo hanno raggiunto una timida intesa su un futuro accordo globale sul clima, ma mancano ancora l’ispirazione e l’ambizione necessarie per affrontare il cambiamento climatico e dare speranza a centinaia di milioni di persone che in tutto il mondo soffrono e continueranno a soffrire per gli impatti disastrosi del clima.
I governi hanno raggiunto un accordo debole, che ha istituito un Fondo Verde per il Clima con ancora pochi soldi, hanno rimandato le decisioni più importanti sui contenuti del Protocollo di Kyoto e hanno preso un impegno poco chiaro per raggiungere nel 2020 un accordo globale che potrebbe lasciarci legalmente vincolati a un aumento della temperatura globale di 4° C, ben oltre i 2° C raccomandati dalla scienza per evitare un cambiamento climatico catastrofico.”
Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia che ha seguito i negoziati a Durban, ha dichiarato: “I Governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente. E in questo, qui a Durban, hanno fallito. La scienza ci dice che dobbiamo agire subito, perché gli eventi meteorologici estremi, la siccità e le ondate di caldo causate dal cambiamento climatico peggioreranno. Ma oggi è chiaro che i mandati di pochi leader politici hanno avuto un peso maggiore delle preoccupazioni di milioni di persone, mettendo a rischio le persone e il mondo naturale da cui le nostre vite dipendono. ‘Catastrofe’ è una parola dura, ma non è abbastanza dura per descrivere un futuro con 4 gradi di aumento della temperatura globale. …. Alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno mostrato di non essere interessati a favorire un ambizioso esito dei negoziati.
Gli USA, preoccupati della politica in patria, si sono battuti su alcune parole, ma hanno del tutto mancato il fine principale: limitare il cambiamento climatico più pericoloso. Complessivamente, la responsabilità di questo fallimento va attribuita a una manciata di Governi, come Stati Uniti, Giappone, Russia e Canada, trincerati sulle loro posizioni, che hanno fortemente frenato il livello di ambizione dei negoziati. E questo ci ha portato al punto in cui siamo ora.”
Per Legambiente, Maurizio Gubbiotti, che ha seguito i lavori a Durban conferma: “Ancora una volta una Conferenza delle parti sui mutamenti climatici vissuta pericolosamente, sempre sull'orlo di un dirupo che avrebbe visto scomparire l'unico strumento multilaterale in campo, l'occasione cioè' di mettere intorno allo stesso tavolo tutti i paesi e governi del Mondo (ben 194 Paesi, Vaticano compreso) con un meccanismo di discussione stabilito dalle regole delle Nazioni Unite, che permettono al più piccolo e povero degli Stati di pesare (almeno nelle sedi formali) quanto gli Usa, la Cina o l'Unione Europea, e quando sul tavolo ci sono questioni come la crisi climatica, il surriscaldamento del pianeta, milioni e milioni di persone costrette a lasciare i loro territori perché resi invivibili dai mutamenti climatici, e' difficile immaginare strumenti diversi.
Ancora una volta dopo lunghi e difficili negoziati che addirittura hanno sforato di quasi un giorno e mezzo la fine dei lavori stabilita, si é riusciti ad evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta superando l'attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo.
In questi ultimi anni le formule di governance mondiale alle quali eravamo più abituati sono saltate e non ve ne sono sostituite delle altre, se non a geometrie variabili, ma sicuramente in questa occasione la preoccupazione di quale posizionamento ottenere dentro il nuovo atlante della geopolitica ha giocato un ruolo molto forte. …
La "Piattaforma di Durban" partorita ieri mattina prevede la sottoscrizione di un nuovo accordo globale entro il 2015 e la sua applicazione a partire dal 2020 e si e' riusciti ad ottenerla grazie ad un intenso lavoro del cosiddetto "green groups" (gran parte dei Paesi tranne BRIC e Stati Uniti), con un ruolo determinante dell'Europa e finalmente anche il sostegno convinto del nostro governo, che alla fine sono riusciti a convincere India e Cina ad abbandonare il gioco dei veti contrapposti e costringere gli Stati Uniti ad approvare un mandato a sottoscrivere un accordo globale che abbia il Protocollo di Kyoto come architrave ….Molto debole l'accordo raggiunto sul Green Climate Fund, dove si é solo riusciti a definire la struttura e le modalità di gestione del fondo destinato a finanziare le azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai mutamenti climatici nei paesi poveri.
Ancora una volta manca qualunque certezza sui finanziamenti promessi a Copenaghen e confermati a Cancun attraverso una roadmap che aumenti annualmente i 10 miliardi di dollari già stanziati per il 2012, sino a garantire i 100 miliardi di dollari promessi per il 2020. Ma anche le modalità di finanziamento del fondo, che da molte parti viene richiesto siano pubblici e senza interventi di istituzioni come la Banca Mondiale, rimangono nel vago.
Così' come e' rimasto intatto il cosiddetto "gigatonne gap" ossia il divario (che l'Unep stima tra 6 e 11 gigatonne di CO2) tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi.
Partirà il trattato REDD+, con cui i Paesi sviluppati si impegnano a finanziare le iniziative di difesa delle foreste dei Paesi più poveri. Insomma le emergenze sono davvero tante e forti, tempo per tattiche e posizionamenti, quando parliamo del futuro della vita sul Pianeta, non ce n'e', solo se questo diventerà il vero assunto del giorno dopo di questa ultima Cop, potrà esserci un futuro.
Per la LUPU – BirdLife Italia “La decisione adottata al vertice mondiale di Durban di rimandare al 2015 la stipula di un nuovo accordo vincolante sulle emissioni di gas serra nell’atmosfera (post Kyoto) rischia di aggravare lo scenario del riscaldamento globale e con esso i danni alla biodiversità, in particolare per gli uccelli selvatici. … I rischi che gravano sulla natura, nel caso si confermino gli scenari di un riscaldamento climatico pari a due gradi o addirittura di tre gradi entro fine secolo, come ipotizzato nel 2008 dall’Atlante climatico degli uccelli nidificanti in Europa realizzato da BirdLife International con l’Università di Durham e la Rspb, sono quelli di uno spostamento dell’areale di riproduzione degli uccelli di centinaia di chilometri verso Nord, che causerà estinzioni di molte specie in particolare di quelle endemiche o molto concentrate. In Italia sono 15 le specie che rischiano di estinguersi come nidificanti, tra cui alcune specie di aironi, gabbiani e rapaci.
Qualche segnale incoraggiante proviene dalla recente Conferenza delle parti (COP 10) della Convenzione sulla conservazione delle specie migratrici (CMS), che ha adottato decisioni importanti per lo stato di conservazione degli uccelli migratori a livello globale: dallo sviluppo di un piano d’azione sulle flyways (rotte di migrazione) Africa-Eurasia allo sviluppo di linee guida per minimizzare i rischi di avvelenamento degli uccelli, fino all’applicazione di linee guida per la minimizzazione degli impatti degli elettrodotti sugli uccelli. “
Manifestanti a Durban.
La redazione.