POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
giugno 2010
La incredibile e triste storia della limpida acqua e del suo padrone snaturato
Tanto, tanto tempo fa’ c’era chi cercava di comprendere quali fossero gli elementi costitutivi del mondo: un tale, di nome Talete, sostenne che "l'acqua è il principio di tutte le cose; le piante e gli animali non sono che acqua condensata e in acqua si risolveranno dopo la morte".
Un suo amico, Anassimandro, ebbe ad affermare che "all'inizio c'era il caos... i venti delle tempeste formarono un enorme vortice nel quale le parti pesanti restarono al centro, mentre quelle più leggere furono spinte tutte intorno. La terra e l'acqua rimasero così al centro ed il fuoco intorno. Il fuoco fece evaporare molta acqua ed il vapore diventò aria. L'aria, premendo contro il fuoco, lo sollevò e lo spazio fra la terra ed il fuoco divenne cielo...”.
Anche un altro loro sodale, Pitagora, riteneva che la cosmologia si basasse su quattro elementi fondamentali, fuoco, aria, terra ed acqua, dai quali ha avuto origine l'universo: al centro dell’universo è posto un fuoco, principio di vita e di animazione cosmica, intorno al quale ruotano la terra, la luna, i pianeti, il sole ed il cielo delle stelle fisse.
Tanto, tanto tempo fa’ era convincimento comune che acqua, terra e fuoco fossero doni degli dei, e che solo a loro ne spettasse la regolamentazione. Quando il primo uomo ebbe l’idea di recintare un terreno e di proclamare “questo è mio”, e trovò gli altri così ingenui da credergli, nacque la proprietà privata (almeno secondo Rousseau), ma tale concetto non fu subito esteso anche all’acqua, che era ancora considerato un bene collettivo, indisponibile. All’acqua, come all’aria e al fuoco, avevano tutti ugual diritto.
A causa del furto di uno dei quattro elementi fondamentali, il fuoco, gli dei castigarono Prometeo: con catene di ferro lo legarono ad un masso sul monte Caucaso e un'aquila ogni giorno gli divorava il cuore.
Quella romana fu la prima civiltà che si occupò direttamente e sistematicamente della distribuzione dell’acqua, anche se non mancano precedenti esempi nell’area Medio Orientale. A Roma l’acqua era un ufficio pubblico: Agrippa, con il consenso di Augusto, monopolizzò nelle proprie mani il controllo di tutto l’apparato idrico della città, e alla sua morte la gestione passò nelle mani dell’imperatore stesso, che la affidò ad un’équipe di tre senatori, che poi si trasformò in un vero e proprio ufficio, in cui uno dei tre, di livello consolare, assumeva la carica di curator aquarum. Il rango di questo funzionario era tale da consentirgli il controllo assoluto della gestione delle risorse idriche cittadine: manutenzione degli impianti, interventi, regolarità e distribuzione del flusso. Alle sue dipendenze aveva un organico molto ampio, composto da tecnici, architetti, ingegneri, amministratori e da 240 schiavi di Agrippa, che Augusto trasformò in “schiavi pubblici”, mantenuti dallo Stato, con mansioni varie, a cui se ne aggiunsero, all’epoca di Claudio, altri 460 mantenuti direttamente dalle finanze imperiali.
Ma facciamo un balzo temporale e proviamo a vedere come va la faccenda a tempi nostri: già nel secolo scorso l’acqua aveva un prezzo, ma era comune convincimento che i soldi richiesti fossero destinati a coprire i costi di captazione, filtraggio, costruzione, manutenzione e gestione degli acquedotti, cosa che sembrava anche abbastanza ragionevole. Mai avremmo sospettato che l’acqua in sé avesse un prezzo, e quindi un mercato. Insomma, l’acqua era di tutti e quel che si pagava erano i soli costi per farcela arrivare a casa.

Finché non arrivò alla Presidenza del Consiglio dei Ministri un grande imprenditore, che, giurando di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, ebbe la pensata di trasformare anche l’acqua in un business.

Nell’aprile del 2006, il terzo governo Berlusconi, poco prima di cedere lo scettro al secondo Governo Prodi, promulga il decreto legge n. 152 del 3 aprile denominato “Norme in materia ambientale”: nell’articolo 150 si regolamenta la Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento della gestione idrica, consentendo l’entrata di società private nell’attività.
Al comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) si introducono nuove norme, tra cui una, “sull’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” dove si ipotizza che l’utile dei privati debba essere almeno il 7% del fatturato totale. Norma, tra il resto, molto poco liberista, in quanto non si è mai visto, in regime capitalistico liberale, che esistano rischi d’impresa a reddito garantito: un mostro economico e politico. Il profitto del capitale investito non era sempre stata considerata una remunerazione del rischio d’impresa? quale rischio, se il plus-valore è garantito?

Nel successivo governo di centro sinistra a nessuno venne in mente di modificare quella norma monstrum: ma si sa, il centro sinistra è solitamente distratto, come è dimostrato anche dalla dimenticanza di regolamentare il conflitto di interessi.

Alle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, torna il governo di Berlusconi e di lì a poco, il 25 giugno, è promulgato un ulteriore decreto legge sui Servizi pubblici locali di rilevanza economica, il numero 112, denominato “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”.

Il 10 Settembre 2009 il Consiglio dei Ministri approva un ulteriore decreto legge e il 19 Novembre la Camera dei Deputati lo converte in Legge. L’art. 15 di tale decreto - che ha modificato il precedente art. 23 bis - muove passi ancor più decisi verso la privatizzazione dei servizi idrici e degli altri servizi pubblici, prevedendo:
- l’affidamento della gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica o, in alternativa, a società a partecipazione mista pubblica e privata con capitale privato non inferiore al 40%;
- la cessazione degli affidamenti “in house” a società totalmente pubbliche, controllate dai comuni (in essere alla data del 22 agosto 2008) a partire dal 31 dicembre 2011 o la cessione di almeno il 40% del pacchetto azionario.

Ed ecco che l’acqua è diventata una merce come tutte le altre. Potremmo provare a incatenare Berlusconi sul monte Caucaso, ma, a parte il fatto che è ormai difficile trovare delle aquile disposte a mangiargli il cuore tutti i giorni, a qualcuno fortunatamente è venuto in mente un’opzione alternativa: nell’ordinamento democratico italiano esiste un istituto, quello del referendum abrogativo, che può sanare l’illogico e arrogante sopruso ai danni di tutti noi. Così un gruppo di volonterosi si sta dando da fare per raccogliere le firme necessarie al varo del referendum: chi volesse aggiungere la propria firma alle numerosissime già raccolte, si può informare su dove e come farlo al sito dei promotori: www.acquabenecomune.org, dove, tra il resto, troverà anche i quesiti referendari, oltre all’elenco dei promotori e delle organizzazioni che lo sostengono.

Per firmare c’è tempo fino al 28 giugno. Dato che siamo in argomento, si deve anche ricordare che è in corso una raccolta di firme, per iniziativa dell’Italia dei Valori (https://www.3referendum.it), di altri due referendum: no (rinnovato) al nucleare e no al legittimo impedimento.

(s.ferioli@vodafone.it)
Stefano Ferioli
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