POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
gennaio 2010
Fantascienza?
Sono le otto del mattino. Mi svegliano le campane della chiesa di Santa Margherita di Fossalupara, nella zona asciutta di Sestri Levante. Mi lavo sommariamente con l’acqua appena tiepida del pannello solare, perché ieri sera, lavando i piatti di tre giorni, ho consumata quasi tutta l’acqua calda. Anche la luce è bassa… sono 3 giorni che piove e le batterie del fotovoltaico sono basse.
Questo dicembre è stato tutto sommato abbastanza caldo, anche le pompe di calore hanno lavorato poco. Oggi devo andare a Milano per una cena pre-natalizia con i miei amici… ci conosciamo da quando c’erano ancora gli stabilimenti balneari in riva al mare, dove adesso c’è un fondale di circa tre metri.
Faccio colazione e mi vesto rapidamente, perché alle 10 devo prendere il piccolo veliero che mi porterà a Genova, per prendere il treno a Piazza Principe. La vecchia linea ferroviaria da Brignole a Sestri Levante, che correva in molti punti vicino a quella che allora era la linea di battigia, è ormai sommersa in molti punti.
Fuori c’è solo un tenue chiarore: il sole non è ancora riuscito a bucare almeno un po’ la coltre opalescente di nebbia. Inforco la bicicletta e mi butto sulla discesa che da casa mi porta in riva al mare. Percorro velocemente i settecento metri e arrivo all’autostrada deserta: sotto il ponte (una volta lo chiamavano “cavalcavia”, ma ora, sotto, non c’è più alcuna via, solo il mare) hanno ricavato alcuni ormeggi per piccole imbarcazioni: lego la bicicletta ad una bitta e salgo sul mio piccolo dinghi. A remi in una mezz’oretta arrivo all’imbarcadero Roma, dove una volta c’era la stazione ferroviaria, e mi imbarco sul Boreal, una grossa barca a vela, con anche un piccolo motore elettrico alimentato da un paio di mulinelli eolici e da grandi pannelli fotovoltaici che ricoprono tutto il tetto della zona destinata ai passeggeri. Tutte le manovre a vela vengono effettuate al di sopra del ponte “dell’energia”. So che si chiama così perché sul battello sono in bella evidenza dei cartelli che recitano: “È fatto assoluto divieto ai sigg. passeggeri di accedere al ponte dell’energia” e, sui passaggi che conducono di sopra: “Transito consentito ai soli addetti alla manovra delle vele”.
La partenza è in perfetto orario, alle 10 spaccate. Oggi il tempo è buono e soffia uno scirocchetto di 7-8 nodi. Il mare è calmo e rispettiamo i tempi ottimali per il tragitto: per raggiungere Genova-Principe ci sono circa 30 miglia che percorriamo in 3 ore, all’invidiabile media di circa 10 nodi.
Alle 13 sono a Principe e devo aspettare un paio d’ore per il treno delle 15.10 che ho prenotato su Internet. Decido di fare due passi in direzione di Piazza de Ferrari dove, a lato dell’ex teatro Carlo Felice c’è un baretto che fa uno dei migliori caffè di Genova: è uno dei pochi che ha ancora una vecchia macchina Gaggia elettrica e, per farla funzionare, il padrone ha investito una bella somma in sei pannelli fotovoltaici dedicati solo al caffè. Passeggio con una lunga serie di palazzi d’epoca a sinistra e il mare a destra, dal quale spuntano ancora molti tetti delle case dei vecchi quartieri. Davanti all’università è ancora in funzione uno di quei vecchi display digitali che mi informa, in successione: “ore 13.15 – 21 dic. 2057 – +15 C°”.
Dopo il caffè, decido di procedere fino da Feltrinelli, in via XX Settembre, quasi in riva al mare, per comprarmi un e-book da leggermi in treno sul palmare.
Tornato alla stazione salgo sul treno in attesa (si forma qui) e, dopo appena dieci minuti sento il fischio di partenza. Il treno si avvia lentamente e, a poco a poco, la velocità cresce, mentre la reazione del motore ad idrogeno si stabilizza. Dopo gli Appennini, appena passata Serravalle Scrivia, il paesaggio si apre e distende con un’infinità di rivi e laghetti. Sembra di essere in un’antica stampa giapponese. Mi ricordo, quand’ero piccolo (nel 2010 avevo appena 5 anni), che in questa zona c’era una distesa uniforme di campi ben coltivati, divisi da ordinati filari di pioppi: i libri di geografia economica di quei tempi dicono che si coltivava frumento, riso, mais e barbabietola da zucchero. Ora la specie vegetale più diffusa è il papiro, assolutamente inutile, visto che è difficilmente commestibile e carta non se ne usa quasi più. Traversato il grande lago Padano (mi dicono che molti anni fa’ fosse un grande fiume), arriviamo a Pavia e, quindi a Milano, Stazione Centrale. Il viaggio è durato circa 5 ore, dato che il treno si è fermato in quasi tutte le stazioni, data l’impraticabilità di molte vecchie strade. Ormai sono le 19.
Durante tutta la giornata ho visto un’occhiata di sole solo all’altezza di Tortona: sono stato fortunato, oggi è stata proprio una bella giornata.
Mi avvio a piedi verso la conca di San Marco (20 minuti), dove prendo il battellino che, lungo i Navigli, mi porta fino a Sant’Ambrogio. Una volta i Navigli erano coperti per favorire il traffico di automobili e autobus, ma ora servono di più delle vie d’acqua che garantiscono trasporti agevoli e meno inquinanti: i battelli sono a fuel-cell e per raggiungere le zone lontane dai Navigli si utilizzano biciclette, qualche carrozzella a cavalli e byke-taxi. Faccio fatica a immaginarmi come dovessero essere il traffico e lo smog quando ancora funzionavano i motori a combustione interna e mi chiedo come facessero allora a vivere con quella puzza e il perenne rumore di tanti mezzi di tutti i tipi… certo, ora si respira un po’ meglio, anche se allora il sole, mi dicono, si vedesse più spesso.
Trovo uno di quei taxi a pedali libero e mi faccio portare al Parco Solari, dove abitano i miei amici. Il taxista è un omone enorme, alto forse un metro e novanta, con dei muscoli quadrati ai polpacci e nerissimo di pelle: mi spiega, in milanese, che sono stato fortunato a trovarlo libero, ché in questo periodo prendono tutti il byke-taxi per andare a comperare i regali.
La cena è allegra e la tavola è imbandita con una ricchezza e un’abbondanza inconsueta: antipasto di salame con sottaceti, risotto alla milanese, involtini di verza e, per dessert, biscotti di pan di miglio; il brindisi lo facciamo addirittura con uno spumante francese che ha portato Enrico, quasi un bicchiere a testa… chissà quanto lo ha pagato… probabilmente mezzo stipendio di un mese. E poi come avrà fatto a trovarlo? So che esistono dei personaggi che fanno la borsa nera, ma io, che abito in provincia, non saprei proprio a chi rivolgermi.
Buon Natale a tutti.
Stefano Ferioli

 
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