edizione numero
283
rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - MAGGIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
febbraio 2009
MEMORIA RICHIAMO RICONOSCIMENTO
E’ difficile non condividere l’affermazione di Eugenio Montale quando sostiene che il maggiore frutto della lettura avviene nel momento in cui, avendo letto un libro, ci si accorge di volere essere amici del suo autore.
Ovviamente non sempre le cose vanno bene, e a volte la ricerca della conoscenza può sortire effetti spiazzanti di fronte a scaffali pieni di libri spesso realizzati da autori la cui arte, non essendo illuminata da una severa comprensione umana, predilige lo spettacolo innanzi tutto, il lettore in prima fila, la trappola della comunicazione impossibile.
Nella società del virtuale e dell’effimero, non occorre richiamare Montale, per essere consapevoli che spesso gli appelli e i saggi alla memoria diventano improbabili raccomandazioni, entità sgradite al nostro tempo, attività finalizzate a ricercare rumori momentanei, disgiunte dall’impegno a ricordare o a acquisire conoscenze e fatti destinati a restare nel tempo.
In questo senso l’epoca hitleriana costituisce un passato che sfugge non solo ai tedeschi e agli ebrei, ma anche al resto dell’umanità che non ha dimenticato tale catastrofe (Hannah Arendt “La banalità del male”).
E’ questo il campo di numerosi esempi di comunicazione basati sul ricordo di quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Il tentativo di realizzare testi intesi come luogo di incontro, strumento di conoscenza duratura, occasione per convincere e scoprire, invito al rapporto con gli altri.
In questo senso “Destinatario sconosciuto” - opera di una scrittrice americana, Katherine Kressmann Taylor, pubblicato nel 1938 e ambientato nella Germania nazista degli anni trenta - anticipa con lucidità i drammatici mutamenti sociali che avrebbero portato ai crimini perpetrati durante il secondo conflitto mondiale.
Concentrando l’attenzione agli avvenimenti che si sono svolti nel nostro paese, interessante appare il tentativo scenico di dare voce alle testimonianze di sopravvissuti allo sterminio e alla deportazione nazifascista della risiera di San Saba, campo collocato nella città di Trieste, dove tra il giugno del 1944 e la fine del secondo conflitto mondiale furono uccise e cremate dalle tremila alle cinquemila persone (Renato Sarti “I me ciamava per nome: 44.787”, ed. Baldini Castoldi Dalai).
Il testo teatrale mette in scena numerosi documenti dei pochi sopravvissuti allo sterminio e alla deportazione di quel campo che con il suo fumo di morte ha ferito la nostra città di Trieste. L’opera è un tentativo di decontaminazione del luogo, unico esempio di lager nazista in Italia, per farne un monumento nazionale vivo grazie a manifestazioni e rappresentazioni.
Il lavoro di Sarti è un contributo per prevenire e diminuire la forza dei meccanismi di rimozione e resistenza a fenomeni che appartengono al nostro recente passato, spesso considerato inaccettabile, e il cui ricordo potrebbe provocare dispiacere.
Il problema non è da sottovalutare poiché nel terzo Reich la società civile aveva ceduto al capo del nazismo, ed anche se permaneva nei codici penali e militari l’obbligo di non obbedire agli ordini manifestamente criminali, erano svaniti nella collettività i principi morali e religiosi che determinano il comportamento sociale e guidano la coscienza individuale. E chi sapeva ancora distinguere il bene dal male giudicava da solo e in completa libertà, non potendo attenersi a norme e a criteri generali, non essendoci né norme né criteri per fatti che non avevano precedenti.
Anche la recente esperienza dei conflitti balcanici dimostra che gli stessi concetti e sistemi giuridici vigenti sono spesso inadeguati di fronte a crimini non misurabili, come quelli che implicano la preordinata soluzione finale di un’intera popolazione, veri e propri “massacri amministrativi” organizzati da un apparato statale contro individui che sono considerati come una minaccia.
In tutti questi casi, diventa spesso difficile anche la professione del giurista che deve giudicare soltanto in base alla mostruosità delle azioni, senza l’ausilio in tale campo di istituti, criteri e precedenti giuridici, e dove si deve pretendere che gli esseri umani siano capaci di distinguere il bene dal male anche quando per guidare se stessi non hanno altro che la propria ragione, pur se appannata e disorientata dal fatto che tutti quelli che li circondano manifestano altre idee (Arendt).
Elia Bova