edizione numero
283
rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - MAGGIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
gennaio 2009
Rapporto FAO sull'insicurezza alimentare: l'obiettivo si allontana
Viene da chiedersi se i 191 membri delle Nazioni Unite ci credono davvero quando votano per il raggiungimento di obiettivi volti a ridurre povertà, fame nel mondo e discriminazioni sociali.
Il primo degli otto obiettivi di “Sviluppo del Millennio” (Millennium Development Goals o MDG, o più semplicemente Obiettivi del Millennio) delle Nazioni Unite recita testualmente: “Ridurre della metà, tra il 1990 e il 2015, la percentuale di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno. Ridurre della metà, tra il 1990 e il 2015, la percentuale di popolazione che soffre la fame”.
Il 9 dicembre scorso, è stato presentato dalla FAO il rapporto 2008 sull’insicurezza alimentare. I risultati sono allarmanti: 963 milioni di persone nel mondo non ha cibo a sufficienza e rischia quotidianamente di morire per fame. Un anno fa erano stati stimati dalla FAO 854 milioni di affamati: ben 109 milioni in meno! (Officina dell’Ambiente del dicembre 2007 e del giugno 2008).
Secondo Jacques Diouf, Direttore Generale della FAO, le cause di questo inesorabile trend a carico soprattutto dei continenti africa e asia sono molteplici e per la gran parte riconducibili agli stili di vita degli abitanti dei paesi più ricchi: aumento del costo degli alimenti, cambiamenti climatici, incremento delle richieste di cibo nei paesi emergenti, produzione di biocombustibili, aumento demografico e fenomeni di urbanizzazione.
Il 65% delle persone senza cibo a sufficienza vive in soli 7 paesi. Nell’africa subshariana un terzo degli abitanti è cronicamente senza nulla da mangiare.
E’ necessario intervenire immediatamente per rivedere il sistema di sviluppo dei paesi occidentali e, soprattutto, il modello che si basa sullo sfruttamento intensivo dei territori del terzo mondo per l’esportazione dei prodotti agricoli. Senza una radicale inversione di tendenza nelle politiche a sostegno del diritto al cibo, l’obiettivo di sconfiggere la fame nel mondo sarà sempre più irraggiungibile e dovremmo aspettarci di arrivare in tempi brevissimi alla quota disastrosa di un miliardo di affamati.
La nostra è l’epoca del paradosso più terrificante: mentre una buona parte del mondo muore di fame una parte superiore, in termini di numero di persone, si ammala e muore per un eccesso di alimenti. Infatti negli ultimi anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero di persone obese o soprappeso ha superato il numero di persone malnutrite (1 miliardo e 100 milioni contro 963 milioni). Si è rotto un equilibrio che può condurre a risultati catastrofici.
E’ stato calcolato che la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone se queste si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi se si alimentassero come gli italiani e solo 2,5 miliardi se si alimentassero come gli americani. Un americano mangia 122 Kg di carne all’anno; 87 un italiano; 50 un cinese e soltanto 4 un indiano!
Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, ci ricorda che “E’ sempre più urgente incrementare la spesa per lo sviluppo dell’agricoltura nel Sud del mondo: basterebbe meno di un decimo di quanto stanziato ogni anno per i sussidi agricoli ai paesi dell’OCSE per dare una risposta efficace alla sfida globale dell’accesso al cibo. Mentre ogni anno vengono stanziati ben 365 miliardi di euro per sovvenzionare l’agricoltura nei paesi dell’OCSE, i governi delle maggiori potenze mondiali non sono in grado di reperire 30 miliardi di dollari l’anno necessari per rilanciare l’agricoltura nei paesi in via di sviluppo”
Purtroppo anche il nostro governo ha dato pessimi segnali con i tagli contenuti nella legge finanziaria di oltre il 50% delle risorse destinate alla cooperazione. Non è un bel biglietto da visita per un paese che si appresta a guidare il prossimo G8. Non riusciamo a essere ottimisti ma, nonostante tutto, ci auguriamo che l’Italia sia capace di indirizzare le scelte dei paesi più industrializzati in modo da dare una risposta concreta alla sfida globale dell’accesso al cibo per ogni cittadino del mondo.
Nel nostro piccolo, anche in assenza di politiche concrete, possiamo (e dobbiamo) modificare i nostri stili di vita. Anche se nei supermercati c’è una sola stagione che dura tutto l’anno dobbiamo sforzarci di non acquistare in pieno inverno gli asparagi peruviani, le fragole marocchine e le ciliegie argentine. Perché questi alimenti per arrivare sulle nostre tavole alterano l’equilibrio ambientale (produzione di CO2, consumo di energia, consumo di acqua, imballaggi ecc.) e impoveriscono i paesi già terribilmente poveri.
Michele Arcadipane