novembre 2007
Era una notte buia e tempestosa
Gli animali nei fumetti. L’ossimoro continua, come per le fiabe, a popolare i nostri disegni, e non solo perché proprio di disegni si tratta, parlando di fumetti, ma perché di “disegni”, ossia propositi, è popolata l’iconografia dell’immaginario nostro.
Potrei parlare di Walt Disney e dei suoi animali, tantissimi, che ricorrono nei suoi cartoons, ma non mi pare più il tempo di annoverare i topolini o i gattini delle tante storie raccontate nei film del maestro, che comunque sono importantissime, ma appartengono a tempi in cui si insisteva sulla possibilità di una libertà troppe volte inseguita, di una vittoria della bontà troppe volte vagheggiata, di una realtà troppe volte edulcorata. Walt Disney resta un grande maestro, anche se qualche volta oscurato da notizie sul suo filonazismo.
Punto e a capo.
Vorrei parlare, per esempio, di Charles Schulz.
Ero proprio piccola quando mi capitavano in mano i numeri di Linus, acquistati dai miei cugini più grandi negli anni Sessanta, i “fabulous Sixties” dei Beatles, per intenderci (anche se poi io preferii i Rolling Stones, ma questa è un’altra storia), e Schulz la faceva da padrone con in suoi Peanuts. Mi ricordo che ridevo come una pazza, e rido ancora adesso mentre leggo le sue strisce riproposte; non c’è sala d’aspetto o tram o ufficio qualsiasi che tenga: se mi vedo davanti lo sguardo attonito di Charlie Brown a indagare l’imperscrutabilità del creato, scoppio a ridere e così sia, senza tanti complimenti per coloro che mi circondano al momento!
Le strisce di Charles Schulz sono state pubblicate dal 2 ottobre 1950 al 13 febbraio 2000 con il titolo di Peanuts ovvero “noccioline”, proprio come quelle che si mangiano guardando la TV o quando si è a fine pasto e non ti accorgi di quante ne ingurgiti, perché ti sembrano leggere e innocue, ma poi sono talmente piene di calorie che sostituirebbero i pasti di tutta una giornata.
Le strisce di Charles Schulz sono state pubblicate fino al giorno dopo la sua scomparsa per circa cinquant’anni; lui non aveva mai voluto avvalersi di assistenti e nel suo testamento aveva proibito la continuazione della serie dopo la sua morte. Ben fatto!
Ricordo vagamente che in un’intervista aveva dichiarato di immedesimarsi un po’ in ognuno dei suoi personaggi, ma naturalmente soprattutto in Charlie Brown. Charlie Brown è il fortunato/inconsapevole proprietario di Snoopy. “Fortunato/inconsapevole” non sarebbe poi una caratteristica così incomprensibile, se la paragonassimo ad ogni bambino che si trova ad essere “fortunato” nella sua innocenza e “inconsapevole” del suo stato. In più Charlie Brown è un po’ l’“ognuno di noi” che tutti i dubbi e le debolezze e le sfortune del caso comportano, ma possiede un cane straordinario: Snoopy. Snoopy non parla, i suoi fumetti hanno i “pallini” conducenti alle “nuvolette” delle frasi, che nella grafica dei fumetti indicano i pensieri, perciò è un grande pensatore. Snoopy si trova davanti a un mondo variegato rappresentato, oltre che dal suo padrone, dagli amichetti del medesimo, interpreti di alcune sfumature che il genere umano può riassumere in figure tipiche: l’artista, il pragmatico, lo straniero, lo scorbutico, il sognatore, lo studioso… non si va oltre poiché credo che per Schulz i bambini non possano raggiungere le volgarità tipiche degli adulti, o forse perché di tali volgarità non voleva trattare con violenza, preferendo addentrarsi con elegante leggerezza nella critica sociale.
Ma torniamo a Snoopy, definito nella versione italiana “bracchetto”, in realtà beagle, razza presumibilmente più sconosciuta al grande pubblico degli anni Sessanta. Snoopy ha molti sogni di “grandezza” al pari di un bambino o di un uomo che ne ha le caratteristiche: asso della prima guerra mondiale in perenne lotta con il Barone Rosso; avvocato; giocatore di successo di hockey, di football e golf; soldato nella guerra d’indipendenza degli Stati Uniti; legionario; capo scout; medico; astronauta, ecc. Ogni suo ruolo inventato è intriso di gesta incomparabili e viene vissuto in solitario, oppure cercando di coinvolgere quell’umanità di bambini che lo circondano e che reagiscono con sufficienza o stupore.
Snoopy ha “quel certo non so che” ad aiutarlo nei momenti più difficili: la logica del candore, quella su cui “Schulz-burattinaio” insiste per trovare la soluzione ai problemi del quotidiano e ai quesiti universali. Quando il cane ammicca a una bambina, convincendosi di essere irresistibile e non sembra preoccuparsi della sua condizione animalesca che gli permetterebbe soltanto una leccatina sul naso, somiglia a qualsiasi ragazzino in età prepuberale che non ha altri strumenti al di fuori della sua goffaggine, ma si fa forza del suo desiderio credendosi un autentico latin-lover. In altre occasioni, nel suo perenne riposarsi sul tetto della cuccia, osserva il cielo stellato nel silenzio totale e non ci sono pensieri adeguati, come per ognuno di noi.
Tra i giochi e i ruoli che Snoopy inventa per movimentare la sua esistenza c’è anche quello che lo vede tentare la carriera di scrittore, e ogni volta invia un manoscritto ad una fatidica casa editrice che gli opporrà immancabilmente un rifiuto.
Ma come del resto non comprendere il suo stato sognante che nei momenti più veri ci è così simile? A noi, come a Charles Schulz, che lo ha scelto per dare il suo addio ai lettori disegnando l’ultima striscia il 3 gennaio 2000. Schulz scelse Snoopy che alla macchina da scrivere, anziché cominciare con il solito incipit, batte, con il tartufo rivolto verso le nuvolette galleggianti sopra alla sua cuccia per trovare le parole giuste:
“Cari Amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi 50 anni. È stata la realizzazione del mio desiderio d’infanzia…”.
La conclusione di una vita affidata a un messaggio inviato da un cane. Quante volte pensiamo ai nostri desideri? Autentici? Irrinunciabili?
Era una notte buia e tempestosa
Gloria De Pace