ottobre 2007
Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!
Perché proprio il gatto? In realtà è stata una scelta quasi da sonnambula: il gatto con gli stivali, il gatto di Alice, il gatto nella tradizione popolare e poi il gatto anche in civiltà da niente come quella degli Egizi, il gatto e le streghe, il gatto che è una strega, insomma il gatto come essere magico, distaccato, per niente preoccupato di appartenere a qualcuno, il gatto che ti scruta e che sembra, non a caso, che ne sappia molto più di te, anzi ne sappia tanto proprio di te, quando ti esamina da quelle due fessure e di rimando non rivela alcunché, perché quasi quasi gli fai tenerezza con le tue movenze goffe e rigide e i tuoi impegni assurdi, come lavorare, far da mangiare, rifare il letto e la spesa, e dei tuoi toni accesi o dolci o svogliati ha già una sua opinione, per lui che attività frenetica o indolenza sono modi naturali che non hanno bisogno di filtri nella vita.
Ho ripreso la fiaba di Perrault appunto: Il gatto con gli stivali e tanto per non insistere con quanto avevo già pensato riguardo agli animali nelle favole, ho ritrovato un gatto che del gatto ha solo un atteggiamento astuto al servizio però del suo padrone, il cui unico moto in tutta la storia è quello dello sgomento di aver ereditato soltanto un gatto e di considerarsi quindi destinato a morire di fame! Quanto meno strampalata come idea da parte di questo figlio di mugnaio. Lasciamo pure che forse Charles Perrault, di famiglia borghese adeguatamente facoltosa del XVII secolo, non avesse nozione sul come arrangiarsi per mangiare la minestra e lasciamo anche che ci voleva una scusa per introdurre il gatto nella storia, ma sinceramente questo figlio di mugnaio non ci fa una gran figura come Homo sapiens. Inutile ricordare quanto il gatto, preoccupato già di esser mangiato e trasformato in manicotto dal suo nuovo padrone, si sia prodigato in mille modi e gli abbia organizzato una situazione tale da condurlo a nozze con la figlia del re. Mica male per uno che pensava di morire di fame!
Ma torniamo a lui, il nostro gatto, che per trasformare appunto un figlio di mugnaio in marchese di Carabas prima e futuro re poi, inganna nell’ordine: altri animali uccidendoli (dalla traduzione di Carlo Collodi: “senza pietà né misericordia”), il re in carica al momento, i contadini dei campi e persino un orco. L’unica che lascerei fuori dagli inganni resterebbe la principessa che sembrava sinceramente abbagliata dal sedicente marchese “perché era bello e benissimo fatto” e lo trovava “simpatico e di suo genio”… anche se, detto tra noi, il nostro marchese non aveva dimostrato propriamente una frenetica attività cerebrale...
Morale della favola? Al gatto nella storia viene concesso di elevarsi a uno status umanizzato da “gran signore”, come se vivere da animale per un animale sia condizione di inferiorità.
Passando ad altre latitudini esiste nella mitologia slava ed in particolare in quella russa la figura della Baba Yaga, una sorta di vecchia strega. Pare che esistano diverse storie legate al personaggio e tra quelle che hanno mantenuto un carattere prettamente popolare si dice che la strega avesse al suo servizio anche dei cani e un gatto, oltre al fatto che il luogo della sua abitazione fosse naturalmente pieno di insidie. Il gatto in questa leggenda, che vede protagonista una specie di Cenerentola maltrattata dalla matrigna, pur scostandosi dalle intraprendenti raffinatezze del gatto di Perrault, è la figura più fantasiosa e risolutiva che viene in aiuto alla bambina, usando stratagemmi persino di vena poetica. Per un po’ di prosciutto regalatogli dalla bambina il gatto di rimando le consegna un pettinino e un asciugamano che serviranno alla malcapitata nella fuga dalla capanna della strega in questo modo: l’asciugamano gettato a terra si trasforma in un fiume molto ampio e il pettinino, col medesimo gesto, in un bosco molto fitto.
Ecco dunque come un gatto nella fantasia popolare assume poteri magici ispirando la possibilità di trasformare oggetti del quotidiano in quello che si vuole o, per meglio dire, in quel che può servire, spingendo l’immaginazione ad andare oltre le apparenze, chiudere gli occhi e realizzare per vincere l’impossibile. Insomma: bello, avvincente, nonostante la base grezza degli avvenimenti in cui soltanto gli uomini hanno una parte. Infatti il padre, al ritorno della figlia, indotta appunto dalla matrigna a recarsi dalla strega, viene messo a parte di ogni accadimento e decide di far fuori senz’altro la moglie con un colpo di fucile!
Il gatto di Carroll invece è un gioco, un enigma come tutta la storia di Alice. Carroll si diverte ogni momento a inserire animali plasmandoli con la sua fantasia onirica e così anche il gatto appare e scompare un po’ alla volta come soltanto nei sogni può accadere. Certo il gatto del Cheshire che ride è emblematico anch’esso della forte ironia che pervade il racconto.
Esistono vari tentativi interpretativi su cui diversi intellettuali si sono prodigati per dare un’origine all’espressione “to grin like a Cheshire cat” (sogghignare come un gatto del Cheshire). Già, perché il gatto di Alice ride sempre? Tra tante ipotesi esiste quella secondo la quale il Cheshire, essendo stata contea palatina, avrebbe dovuto rappresentare nelle insegne dello stemma reale dei leopardi ringhianti, ma i pittori destinati a tali raffigurazioni erano stati capaci soltanto di effigiare dei felini ghignanti.
Però, a questo punto, non riesco a ignorare un’altra definizione fornita dall’insuperabile ironica genialità di Borges, che ne “Il libro degli esseri immaginari” scrive: “… siccome il Cheshire è una contea palatina o earldom, tale distinzione nobiliare avrebbe provocato l’ilarità dei gatti.” Ecco ciò che si può definire “graffiante”!
E quindi come sarebbe il gatto di Alice? Non è un elemento di aiuto per la protagonista della storia e la sua peculiarità è rappresentata dalla sorniona presenza di un mente superiore che se la spassa prendendo in giro l’umana mania per la logica, fornendone lui stesso un’interpretazione. Infatti alla domanda della bambina: “Vorrebbe dirmi, per favore, che strada bisognerebbe prendessi da qui?” Lui risponde: “Ciò dipende, e non poco, da dove vuoi arrivare”.
Detto questo, cari miei, qui non si scherza, con questo gatto non si può… menar il can per l’aia!
Gloria de Pace