POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
settembre 2007
Il cappotto di pietra
Giuro che non esiste nessuna allusione al Convitato di Don Giovanni. No, il “cappotto di pietra” è stata la sensazione che provai a sei anni un malcapitato giorno a scuola, quando avevo “osato” uscire dal banco per raccontare alla classe una favola. La maestra, in prossimità di un periodo di vacanza (forse Pasqua o altre che negli anni Sessanta erano frequenti durante l’anno scolastico), aveva invitato noi bambine della prima F ad uscire vicino alla cattedra per raccontare una fiaba. Dovrei già qui fare un inciso sui termini “favola” e “fiaba”. In certi siti internet compare una distinzione: pare che fiaba sia un racconto fantastico privo della presenza di animali e favola invece li presenti tra i protagonisti: peccato che nei testi “classici” che ho voluto riguardare ultimamente, da Andersen ai Grimm, Perrault, le splendide Mille e una notte e persino Wilde, che non disprezzerei affatto nella veste di padre amorevole intrattenitore dei suoi due figli, i termini si alternino senza apparente distinzione. “La parola italiana fiaba… deriva dal latino fabula, ma non conserva il significato della parola latina, ereditato piuttosto dall’altro vocabolo italiano, nato dalla stessa radice favola: fabula e favola designano infatti un racconto d’autore… La parola fiaba evoca invece un mondo misterioso e magico [forse a significare le leggende popolari raccontate un tempo davanti al focolare] dove l’incantamento è un fatto quotidiano, e quasi sempre si accettano le cose senza chiedersene il perché.” (Laura Mancinelli: insigne germanista e scrittrice, autrice dell’introduzione di Fiabe dei Grimm per Mondadori). Quindi, al di là dell’accanimento sull’origine delle parole, la presenza o meno degli animali sembrerebbe indipendente dalla definizione di fiaba o di favola d’autore, o mi devono convincere che asini e buoi parlino del più e del meno come il mio vicino di casa.
Tornerei però al “cappotto di pietra” che indossavo quel funesto giorno in classe. Ero uscita dal banco, facendomi forza soltanto perché di fiabe (o favole) ne conoscevo a bizzeffe: da poco avevo imparato a leggere e mi ci ero buttata con tutte le pause e le incertezze che mi creavano dittonghi & C., ma finché non ero stata capace avevo ricevuto la mia dose serale dai libri che mio padre mi leggeva prima di cena. Quindi volevo raccontarne una delle tante, per condividere con le mie compagne quel mondo straordinario fatto di streghe e principesse o draghi, cornacchie parlanti e usignoli guaritori, perché avevo l’idea sicura che non se ne potesse fare a meno. E che accadde invece? Come un sortilegio di quelli fin troppo spesso evocati nel mondo fantastico di cui volevo essere la rivelatrice, mi si pianta addosso il cappotto di pietra. Già, proprio questa era stata la sensazione che avevo provato vicino alla cattedra: non una sola minima frase d’introduzione mi usciva, avevo la salivazione azzerata e sarei anche svenuta credo, se la maestra sbalordita non mi avesse incitata a dire almeno il titolo della favola che volevo raccontare. Se ci ripenso mi sento male ancora adesso e ancora adesso sento il peso del cappotto di pietra, che a stento mi consentiva di rivolgere alla maestra uno sguardo di traverso… atterrito. Come proseguì la vicenda non importa, quello che invece conta è quel cappotto di pietra che anche oggi è tornato poco dopo aver baldanzosamente pensato di saper trattare con disinvoltura l’argomento degli animali nelle favole (o fiabe a seconda dell’umore del momento).
Forse, se non avessi ripreso tutti questi libri (appunto da Perrault a Frau von Franz) segnati diligentemente con i post-it, per ricordarmi i passaggi peculiari di questa materia magmatica che è la fiaba (o favola: v. sopra), mi sarei lanciata in sperticate immagini testimoni di una sincera passione per il racconto fantastico, ma così come mi trovo adesso, con questo giro manica di due taglie inferiori alla mia del cappotto di pietra, non ci riesco proprio.
Però una cosa mi scapperebbe detta, dato che l’argomento riguarderebbe gli animali nelle fiabe (o favole…): gli animali da Fedro a Oscar Wilde sono un ossimoro! Non esiste in queste storie, seppur magnifiche, un animale che sia un vero animale, che si comporti come tale: sono personaggi che contrastano radicalmente con quella che è la vera natura dell’animale. Sono infatti esseri pensanti d’intelligenza spesso superiore alla nostra (a volte persino pedanti moralisti), possono rappresentare tremila simboli che corrispondono ad un inconscio prettamente umano e da cui l’uomo stesso vorrebbe l’indicazione illuminante per superare i propri limiti. Nel testo della von Franz Le fiabe interpretate, ampliamento di un seminario tenuto all’Istituto Carl Gustav Jung di Zurigo nel 1963, si asserisce, per esempio, che gli animali nelle storie di origine primitiva “non rappresentano istinti animali, ma i nostri istinti animali”. Di seguito poi non esiste volpe di Fedro, gatto di Perrault, cigno di Andersen o lupo dei Grimm che non rappresenti una tipicità umana. Certo, sempre per citare la von Franz, “i bambini più piccoli preferiscono storie di animali”, perché fanno parte della loro fresca conoscenza, mentre quando si parla d’altro “hanno bisogno di troppe spiegazioni”, e percepisce quindi che quella sugli animali è “la forma più profonda e più antica del racconto”. Ma sappiamo anche che le storie fantastiche non sono state destinate soltanto a un pubblico di piccolissimi: basti pensare per quanto tempo siano state d’accompagnamento serale, prima che arrivassero le scatole a pulsanti denominate “radio” e “televisione”, sia che si trattasse della civiltà contadina o della reggia di Versailles, dove Charles Perrault aveva reso popolare il genere alla corte di Luigi XIV.
Certo, l’intento educativo che conduce a una morale è spesso stato il motivo generatore di un racconto, ma il fatto che si scegliesse di utilizzare gli animali a rappresentare avidità, dolcezza, superbia o remissività, coraggio, scaltrezza e tanto altro può essere un tentativo di spostare da se stessi la responsabilità di quanto è invece soltanto umano?
E qui c’è un bel da dire sui simboli ancestrali ispiratori di leggende e fiabe, che scaturiscano dall’inconscio collettivo o da sogni e incubi di ciascun individuo: ma perché mai invitiamo gli animali nelle nostre storie facendoceli assomigliare così tanto? Loro, quegli esseri infinitamente innocenti? Quindi, a costo di prendermi i pomodori marci, che quel giorno in prima F nonostante tutto non mi furono lanciati, ribadisco: l’animale in una fiaba è un ossimoro tanto quanto “ghiaccio bollente”.
Intendiamoci però, non è che non abbia io stessa il desiderio di seguire un coniglio col panciotto nel percorso avventuroso di sensazioni già provate o da evolvere secondo nuove trame da scoprire… ma questo alla prossima puntata.
Gloria De Pace

 
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