POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
maggio 2007
L' Anno del dragone
Milano come una metropoli multietnica americana? Ma non scherziamo neppure... Eppure… Di recente è successo qualcosa di somigliante a quello che potevamo vedere soltanto nei film dei grandi registi d’oltreoceano. Le immagini dei giornali sembravano proprio quelle di una battaglia tra la polizia e l’etnia ribelle di turno. Come al solito non mi permetto di fare un’analisi farcita di belle parole e concetti ancora più belli, quelli che insomma esternano i sociologi, gli opinionisti e gli esperti che affollano i giornali e gli speciali TG. Come al solito tento di pensare “dal basso”, come posso, e come può l’uomo della strada, aggredito, suo malgrado, dalla notizia.
Non ce la faccio a scrivere dei cinesi che sono qui dagli anni Venti (del ’900), i primi, scappati da Chang Kai-shek, di quelli che sono venuti dopo e fuggivano dal comunismo di Mao Tse-tung, dei commerci, dei ristoranti, dei neonati nei retrobottega, dei morti che non si sa dove finiscano, degli accendini che si illuminano, delle triadi di Hong Kong, dei pacchi di soldi in contanti che superano le aspettative degli italiani, che vendono allibiti (e contenti!) i loro negozi, delle licenze concesse, dei banchetti che ostruiscono via Paolo Sarpi, degli sguardi imperscrutabili di occhi a fessura (ci spiano? Forse sì!), del kung fu di Bruce Lee, degli sputi per terra ovunque si trovino, del lavorare indefesso fin da quando sono adolescenti, del fatto che ci passano accanto magari spintonandoci un poco, perché per loro non è niente – sono abituati a metropoli così affollate che le nostre sembrano paesini di campagna –, del fatto che non si mischierebbero giammai con “lo straniero”, ma fanno affari con i detestati giapponesi dividendosi (forse… non lo so) gli introiti dei ristoranti.
Dunque non ce la faccio, e non ce la faccio neppure a scrivere delle “specialità” dei romeni, degli albanesi, degli ucraini che ci attorniano.
Bene. E l’uomo della strada che dice? Che pensa?
L’uomo della strada non è cattivo. È sì piuttosto ignorante, piuttosto terra-terra, e vede fino a lì appena perché non ha altri mezzi se non quelli forniti da chi, con un certo interesse, glieli fornisce. Ma posso assicurare che, nonostante si senta assediato da possibili concorrenti nella vita quotidiana che gli “fregano” le case e il lavoro, ed elargisca sentenze del tipo: “Sputano per terra!”, “Non riesco a passare con il passeggino perché le bancarelle occupano tutto il marciapiede!”, “Ci sono scarafaggi ovunque, che fanno la ronda attorno ai negozi di alimentari!”, all’uomo della strada viene anche un po’ da piangere.
Perché?
Perché non ce la farebbe comunque.
Nonostante i cinesi, i romeni, gli albanesi, gli ucraini e tutti gli altri, che un poco occupano da qualche tempo il suo spazio, con i bisogni e le esigenze – reali e dettate – di una vita sempre più difficile.
Come si fa a parlare di biodiversità culturale se alla fine del mese non si arriva?
Sarà colpa dei cinesi? Dei romeni? Di quelli che affollano gli spazi antistanti le stazioni? Di quelli che vendono gli accendini? Di quelli che vogliono convincerti a comprare una rosa, un libro, una borsa che somiglia tanto a quelle che Louis Vuitton ti farebbe pagare quanto uno stipendio? Di quelli che ti puliscono il parabrezza anche se sei appena andato all’autolavaggio?
L’uomo della strada no, non ce la fa più. Di cuore non farebbe una piega su come “gli stranieri” se ne stanno nella sua città a fare quello che possono, ma viene “distratto” da menti più “addestrate” che vogliono sviare il suo sentimento di insoddisfazione, facendolo concentrare sulla “caccia alle streghe”. Le streghe del Medioevo potevano anche essere tali perché un po’ più alte del normale: bastava che una avesse i centimetri di Claudia Schiffer (quando nella norma le donne dell’epoca erano alte poco più di Shirley Temple) ed era una strega perché anomala.
La società multietnica, che immagina un obiettivo comune unendo le diverse esperienze per fronteggiare la sfrontatezza degli idoli di sempre – potere e denaro –, è un’utopia che alcuni visionari si ostinano a proporre.
Alcuni dicono che ci vorrebbe un leader carismatico, convinto in prima persona del valore dell’unione dei popoli per arrivare a garantire una visione etico-civile condivisa… non so: Alessando il Grande?
Ma perché essere così “bambini” da demandare la compilazione del foglietto illustrativo per una società unita a un invincibile altro che poi ce ne convinca? Uno istruito a dovere, uno che sa che cosa vuol dire pensare? Noi non ci arriviamo da soli? Quante etnie esistono sul pianeta? Vogliamo davvero tornare al concetto di razza eletta e fare tabula rasa di tutto il resto? E quale sarebbe l’etnia “scelta”, quella che… più pura non si può? Ma da quanti anni esiste l’homo sapiens? Nemmeno ce lo ricordiamo. E nemmeno conosciamo le quantità di intrecci che hanno dato vita alle etnie attuali, ognuna con il suo bagaglio culturale. Ma sembra che delle presenze, come delle culture altrui, non se ne voglia sapere nulla. Però c’è questo gap, come direbbero gli americani: occupiamo tutti insieme lo stesso pianeta, ma ci ostiniamo a difendere il dovere di rimanere “ognuno a casa propria”. Come se ci fossero porte, cancelli, fili spinati con la corrente elettrica per separarci gli uni dagli altri. Così sarebbe bello? Immaginare, per esempio, un fulmine che colpisca il piede di quello che osa varcare un confine? Parliamo di regole, di leggi da rispettare. E sappiamo bene che non esiste regola o legge che non abbia una trasgressione possibile per chiunque abbia il potere di farlo.
Dopo i fatti di via Paolo Sarpi mi vengono in mente, a caso e anche inopportunamente, le parole di un grande poeta che ha accarezzato i nostri sogni, e le ho sempre pensate urlate dal principe di Verona mentre le pronunciava:

“Where be these enemies?”

“Dove sono questi nemici?”

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Gloria De Pace

 
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