POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
aprile 2007
MODESTA PROPOSTA PER RISOLVERE IL PROBLEMA DELLA FELICITA’ UMANA
Io sono uno psichiatra. Il mio lavoro dovrebbe avere a che fare con lo stare bene, con il benessere soggettivo delle persone. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità la salute non è solo assenza di malattia, ma pieno sviluppo della persona.
Nel mio campo quindi un buon funzionamento della mente deve produrre risutati di benessere, anche quando si incontrano ostacoli e difficoltà: Questo è un altro modo di porre la questione cruciale della felicità. Della ricerca della felicità. Credoche questa, dopo la sopravvivenza, sia la questione fondamentale dell’esistenza. Credo che occorra occuparsi in modo radicale, rigoroso di una questione così importante.

In questi giorni è morto Boudrillard. Nel suo lavoro egli ha messo in evidenza, come forse nessun altro, il pericolo che nell’immaginario umano, da cui derivano i comportamenti, i mezzi perdano la loro connessione con i ficni. Il significante dal significato. In altre parole che i comportamenti messi in atto nella prospettiva di un fine, dimentichino strada facendo il fine che li aveva determinati, e diventino fine essi stessi. Che ciò che originariamente era fatto flessibilmente in una prospettiva di benessere e felicità, diventi azione ripetitiva e stereotipata.
Il consumo caotico ed ingordo, lo spreco delle risorse, la dimenticanza dell’ambiente, la distruzione dell’ambiente sono anche il frutto di questa perdita di senso.

Recuperare la connessione tra ciò che facciamo e un obbettivo di benessere e felicità non è tuttavia una operazione semplice.

Probabilmente vi sono molte strade da battere e persone diverse possono avere molti modi diversi per arrivare al fine.E’ da evitare la sindrome del boy scout: quelli che nella storiella si mettono in tre per far attraversare la strada alla vecchietta che si agita e si divincola perché non ha nessuna voglia di attraversare quella strada. Dio ci guardi da chi, per il nostro bene, ci vuole condurre o costringere o educare.

Credo che la cultura sia soprattutto la capacità di fare proposte interessanti e funzionali, al di là della adeguatezza delle analisi. Invenzioni piuttosto che scoperte. Anche la scienza, la conoscenza del mondo così com’è, con le sue accurate metodologie, serve soprattutto a scardinare illusioni e ad evidenziare errori, più cha a costruire modelli di vita.
La capacità di inventare modelli, cioè infiniti modi di adattamento al mondo, è la più spefica qualità biologica dell’uomo, Il manifestarsi della creatività connessa all’evoluzione delle specie. Un variabilità che tuttavia contiene il germe della possibile estinzione.

Così come esistono creature che appaiono srtrane e magari disgustose, così si possono sviluppare modi di essere profondamente lontani dalla nostra sensibilità, ma possibili e dannatamente reali.

Quando Jhonathan Swift propose la “sua modesta soluzione per il problema dei bambini affamati”, ricordate metà mangiava l’altra metà, in realtà sollevava un geniale problema che la società del tempo non voleva vedere, ma al tempo stesso mostrava un mondo possibile, come poi fecero con lo stesso spirito gli autori della grande fantascienza (Dick Shecley e gli altri). Mondi altrettanto particolari, e strani hanno la caratteristica di esistere veramente. Qua e là nel mondo e nel tempo. In Italia siamo andati vicino alla costruzione di un “parco naturale alla rovescia”dove la gente poteva fare quello che voleva, senza regole, e vivere lo stesso.
Possiamo immaginare un mondo in cui non ci siano più orsi e cervi, ma solo topi e scarafaggi: si vivrebbe lo stesso. Pensate la caccia l ratto gigante geneticamente modificato con SUV e fucili a gas nervino: potrebbe avere il suo fascino.

Abbiamo bisogno di proposte più affascinanti. Costruire un’alternativa vuol dire proporre qualcosa di più bello, non proibire qualcosa.

Cosa trasforma i bambini, così curiosi e capaci di guardare con attenzione minerali,piante ed animali e giocare e divertirsi con poco alla scoperta della meraviglia del mondo in quelle grottesche creature ossessivamente ripiegate in comportamenti banali e ripetitivi, che caratterizzano molti adulti (birra e televisione, cuffie e partite, pillole e discoteca ecc)?

La mia modesta proposta è quella di seguire alcuni indizi che nella storia dell’umanità indicano un percorso diverso dai cupi mondi che potrebbero capacitarci.
Questi indizi sembrano indicare una connessione tra capacità di vedere ciò che è bello, piacere e serenità.

L’idea è quella di costruire il mondo come un giardino
Quest’idea ha messo d’accordo, come vedremo, mistici e illuministi, empiristi e romantici e ha il suo prototipo nell’idea di Paradiso.

L’idea del Paradiso, perduto, da ritrovare, è straordinariamente diffusa in popoli e culture diverse. E il paradiso è senza dubbio un giardino.

“Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, e vi collocò l’uomo che aveva modellato. Il Signore Iddio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli all’aspetto e buoni da mangiare e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Genesi 2,8):

San Giovanni della Croce, mistico poeta del 500 spagnolo, scrisse: “il giardino è un posto fuori dalla terra; è un posto che fa accedere al paradiso, ma che può essere già paradiso”

L’aforisma che preferisco è però quello di Borchardt: “Un giardino è una cosa da cui dobbiamo essere scacciati; altrimenti come avremmo potuto abbandonare?”

In realtà siamo stati costretti ad allontanarci dal vivere in un giardino, nella natura, dalla precarietà delle risorse, dalle malattie e soprattutto dalla paura degli spiriti. Ma l’uomo moderno ha vinto le malattie (tranne quelle create dalla modernità stessa), non crede più negli spiriti e può controllare le risorse. L’uomo moderno potrebbe, e in qualche modo lo sta facendo, riprendere in considerazione l’idea del paradiso: Il mondo potrebbe ridiventare un grande giardino.

Qualcosa di simile ha detto Francesco Bacon: “Dio onnipotente per primo piantò un giardino. E infatti è il più puro degli umani piaceri. E’ il più grande ristoro per lo spirito dell’uomo senza del quale costruzioni e palazzi sono soltanto rozze opere manuali…..e si vedrà sempre che quando i tempi diventano civili ed eleganti gli uomini……pervengono …a piantar giardini con gusto; come se il giardinaggio fosse più grande perfezione.”

L’idea del ritorno ad una natura incontaminata da un lato è un’illusione, ma par
L’idea del giardino, invece, del controllo nazionale delle risorse, della conservazione della natura è realmente rivoluzionaria. Essa racchiude in sé la realizzazione di un bisogno di autoconservazione e la soddisfazione di una profonda esigenza estetica collegata alla felicità e alla libertà del corpo e della mente: “Il mio giardino non sveglia la fame, la soddisfa, non aumenta la sete, ma la calma dando ad essa gratuitamente il suo rimedio naturale” (Epicuro)
Dice Voltaire: “Ho letto molto e trovato soltanto incertezza, menzogna e fanatismo. Delle cose essenziali so poco più di quanto non sapessi quando ero lattante. Io preferisco piantare, seminare ed essere libero”E Rousseau: “Se lo studio delle piante mi purifica l’anima, è abbastanza per me; non voglio affatto altra medicina”.

Perché allora gli uomini non si affrettano, con più determinazione, a costruire giardini, a costruire il mondo come un giardino, come luogo della materia e dello spirito? Si affannano, si rodono, si trattano con crudeltà. Desiderano e comprano oggetti inutili, brutti e costosi. Sono corrosi dall’invidia e dalla noia. Soprattutto non sono felici.

C’è un rapporto tra vivere nella natura, bellezza e felicità. Tracce della consapevolezza di questa connessione ci appaiono osservando i comportamenti comuni delle persone quando ammirano un paesaggio o un fiore o rimpiangono i luoghi delle loro vacanze. Ma d’altra parte gli uomini commettono con leggerezza azioni che distruggono molte cose belle. O lasciano che vadano distrutte. Oppure neanche si accorgono della loro esistenza. Questo è un primo indizio di come, son quanta superficialità, affrontiamo il problema della nostra felicità personale.
Riprendo quindi il tema, che mi è caro, del mondo come un giardino. La ricerca della felicità, come ogni altro obiettivo di valore, implica fatica e competenza: quando scegliamo un’abitazione o una macchina curiamo molto i particolari, cerchiamo di non farci imbrogliare, ci informiamo. Quando ci occupiamo della nostra felicità ragioniamo poco, ci affidiamo all’istinto, agiamo alla cieca.Ci facciamo imbrogliare dal senso comune e dai disonesti venditori.
Molte culture o modelli, che ci vengono proposti, hanno a che fare con il modificare la superficie, l’aspetto delle cose e di noi stessi. Il possesso o il potere sono suggeriti come strumenti di felicità. E anche i migliori di noi talvolta accettano implicitamente questi modelli, non si domandano se sono efficaci. Non buoni o cattivi, semplicemente se sono funzionali o no allo scopo di star bene.
Quindi delegano ad altri il ruolo di decidere della loro vita.

La questione della conquista della felicità, come problema fondamentale dell’esistenza, è passata di moda. Il dominio su se stessi, l’essere il miglior se stesso possibile, per molti non è più un obiettivo. L’obiettivo non è più il domino su se stessi, ma l’estraneazione da noi stessi (Focault). E’ perifn banale ripetere come la costruzione dell’immagine o l’appartenenza (o per dirla con l’osceno e servile gergo in uso , il “look”) abbia sostituito la costruzione del “dentro”.
La sofferenza interna che segnala in modo evidente il fallimento di questi approcci alla felicità, diviene a sua volta un nemico internocome il pensiero stesso, che va combattuto e cancellato. Magari con l’aiuto di condotte ripetitive e ossessive, secondo il modello bulimico del “sempredi più” (più potere, più donne, più auto, più ville, più cactus ecc.). Oppure con i farmaci, se vogliamo essere ancora più “incoscienti”, la cocaina. Così on sentiremo più né sofferenza, né pensiero e questo in qualche modopuò funzionare.
La morte è considerata una cosa oscena e si va dietro ad una fumosa proposta di immortalità che la medicina ci sta proponendo (il colesterolo, la dieta, guai a bere o a fumare, i trapianti ecc) Va bene anche questo , ma diciamolo chiaro, al massimo si guadagna (e non è detto) qualche mese o qualche anno di vita, da vecchi.

Ma di che vita? La pseudoimmortalità che ci propone l’industria medica non risolve nulla, è una versione imbecille dell’idea di spostare la felicità a “dopo”. Io la felicità la voglio adesso.

Concludendo c’è un canto femminile africano sulla felicità:

In felicità mi riprendo

In felicità il mio interno si rinfresca

In felicità mi avvio

Il mio interno fresco, possa io camminare

Con sentimenti intensi, possa io camminare

Come era tanto tempo fa, possa io camminare

In felicità possa io camminare

In felicità con abbondanti nuvole scure, possa io camminare

In felicità con abbondanti piogge, possa io camminare

In felicità con abbondanti piante, possa io camminare

In felicità su un sentiero di polline, possa io camminare

In felicità possa io camminare.

Essendo come tanto tempo fa, possa io camminare

Che sia bello davanti a me,

che sia bello sotto di me,

che sia bello sopra di me,

che sia bello tutto intorno a me.

In bellezza è terminato.

(Tsègihi, Via di bellezza- canto Dineh)
E’ difficile aggiungere altro. La felicità è una conquista, ma è soprattutto il frutto di abilità, di competenza. Dipende da una capacità tutta interiore di essere in rapporto con se stessi, con gli altri e, necessariamente, con la bellezza del mondo. L’essere in contatto con la bellezza del mondo è a sua volta un’abilità che implica lo sviluppo di doti morali e intellettuali. Non si può comprare, ne rubare . Ma è una cosa che si può imparare.


Relazione tenuta il 15/3/2007 durante l'incontro tra la Redazione dell'Officina dell'ambiente e gli studenti del Laboratorio Ambiente e salute del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale - Facoltà di sociologia Università Bicocca Milano
Emilio Fava

 
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