POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
marzo 2007
Tu quoque, scimpanzè?
Eh già, pare proprio che due docenti di antropologia – Jill D. Pruetz e Paco Bertolani, rispettivamente dell’Università dell’Iowa e dell’Università di Cambridge – abbiano fatto la scoperta del nuovo secolo: anche gli scimpanzè usano strumenti da loro stessi modificati per la caccia. Le “armi” in questione sono dei rami d’albero di lunghezza inferiore al metro, a cui vengono tolte le foglie e la corteccia e appuntiti modellandoli con gli incisivi.
Lo sconcerto di Cesare nell’accorgersi che anche Bruto fosse tra i suoi assassini può raccogliere la nostra comprensione a distanza di secoli, ma certamente tutti gli annessi e connessi della situazione storica ci hanno svelato il perché si verificano certe scelte, al di là del rispetto deferente e non meno dell’affetto che un figlio adottato deve e prova per il padre che lo ha accolto.
Bene, anche qui c’è sconcerto, e non perché ci sentiamo padri del restante regno animale, ma perché crediamo fortemente di non avere pari in quel contesto. L’homo sapiens sapiens è frutto di un’evoluzione che sembra proprio sia partita dagli ominidi discendenti a loro volta dagli scimpanzè (pan troglodytes), e di seguito pare che il luogo primario delle sue prime “gesta” sia stata la savana, scenario dove oggi si è spinta la particolare specie di scimpanzè pan troglodytes verus a seguito del depauperamento dell’ambiente di provenienza (la foresta sub-tropicale). Tutto torna, quindi. I primi ominidi viventi nella savana si erano dovuti ingegnare per ottenere cibo, che era più abbondante e più facile da procurarsi nell’ambiente d’origine. Ma la foresta aveva mille insidie, quindi che fare? Trasferirsi. Quando si procede a un “trasloco” è di solito perché il luogo di provenienza non fornisce più le necessarie condizioni per sopravvivere. Ciononostante, il nuovo luogo scelto presenta spesso le difficoltà tipiche di uno spazio “già occupato”, e quindi meno ospitale; a questo punto si deve per forza “aguzzare l’ingegno”. Aguzzare l’ingegno = evoluzione. E da qui la storia ricomincia.

Cari scimpanzè, diecimila anni fa, quando l’uomo era cacciatore e raccoglitore, il suo inserimento nell’ambiente non procurava cambiamenti radicali. Lo sfruttamento delle risorse naturali era talmente esiguo da consentirne un rinnovo senza alcun problema, mantenendo quindi un rapporto d’equilibrio con la natura circostante. Il primo vero impatto ambientale si è poi creato attraverso l’avvento della pastorizia e dell’agricoltura, dando origine a vere e proprie “forzature” sul territorio, fino al contemporaneo utilizzo delle tecnologie che ha decretato definitivamente lo squilibrio tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale.
Questa “in soldoni” è stata la nostra evoluzione, cari scimpanzè, e, onestamente, se possiamo dirvela tutta, non ha avuto un gran successo. Il fatto di sentirci padroni indiscussi del mondo non ci fa onore. Sappiate che soltanto pochi di noi hanno capito che la cooperazione è il fattore principale dei nostri successi. Non è la concorrenza, bensì l’unione delle diverse forze verso un obiettivo comune che rende equilibrate, forti e durevoli le comunità animali ed umane. Alcuni di noi si sono accorti che le specie animali e vegetali, oltre a competere, in realtà collaborano fra loro e quindi sono tutte necessarie alla vita dell’intero ecosistema. Il pianeta Terra sarebbe perciò un sistema che si mantiene favorevole alla vita, conservando, per esempio, il delicato equilibrio tra anidride carbonica e ossigeno nell’atmosfera. Nel principio di collaborazione, che si fonda sull’accettazione del diritto alla diversità, sono da ricercare le basi per lo sviluppo futuro del pianeta e delle specie viventi. La diversità a sua volta serve alla rigenerazione di tutte le specie (animali e vegetali) che formano il nostro ecosistema. La diversità è alla base della vita, anzi, ne è l’essenza stessa. Le diversità culturali sono un valore, e rappresentano il potenziale di risposte possibili ai problemi che la natura ci pone.
Cari scimpanzè, lo diciamo a voi per ripeterlo a noi stessi.

Marco Giunio Bruto si suicidò afflitto da sogni funesti e questo non vorremmo che a voi accadesse. Perché noi homo sapiens sapiens abbiamo già fatto tutto quello che forse vi aspetterà, e sappiamo che non funziona: l’evoluzione, che ci fa sentire potenti e padroni del mondo, è una chimera malata che non porta alla vita. Non ce la possiamo fare da soli: in fondo non siamo nessuno, con le nostre banche, le nostre metropolitane, i nostri ascensori, le nostre lavastoviglie. Pensiamo di essere i padroni del mondo con armi ormai ben più raffinate dei vostri rami appuntiti. Sapete perché? Perché non le usiamo per ottenere cibo! Le usiamo ormai per il nostro delirio di onnipotenza, così orribilmente ottuso che purtroppo (ma speriamo di no!) potrebbe portare alla fine della nostra specie…. evoluta.
E quindi chiediamo perdono, a voi e alla vita nelle sue molteplici espressioni, per i limiti che la nostra cultura “raffinata” non ci fa vedere.
Gloria De Pace

 
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