febbraio 2007
Il Clima dopo Nairobi
Si è chiusa a Nairobi, Kenya, la 12° Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In undici giorni di confronto, dal 7 al 17 novembre, i sei mila delegati di 189 paesi hanno affrontato il tema del cambiamento climatico e discusso le forme di intervento per ridurre i danni causati da riscaldamento globale e da effetto serra.
A Nairobi ci sono stati tanti buoni propositi.
Ma le intenzioni, anche se in buona fede, non sono sufficienti a risolvere i problemi se non sono in compagnia di decisioni. E a Nairobi, l’unica decisione è stata raggiunta con l’accordo sul prolungamento della vita del Protocollo di Kyoto, che sopravvivrà alla sua scadenza temporale del 2012, la deadline stabilita al momento della ratifica lo scorso anno. In realtà, i delegati degli Stati hanno deciso che discuteranno la revisione del Protocollo durante la conferenza sul clima del prossimo anno a Bali in Indonesia, assicurando, però, che terranno la bussola sempre ben orientata verso l’idea di mantenere in vita il Protocollo dopo il 2012.
La questione di allungare i tempi di vita, che molti definiscono Kyoto 2, del Protocollo, non è affatto secondaria. Tocca, anzi, uno dei nodi più delicati in tema di riscaldamento globale ed effetto serra: quello delle emissioni di CO2. Infatti, la scadenza del 2012 costituisce un obiettivo ben importante nella lotta alle emissioni di gas serra, poiché dovrebbe portare ad avere il 5% di emissioni in meno rispetto al livello del 1990. La comunità scientifica insiste, invece, sul fatto che per evitare gli effetti drammatici derivanti dal cambiamento climatico bisogna ridurre le emissioni di almeno il 30% entro il 2020 nei paesi industrializzati, e di circa il 50% entro il 2050. Un aumento dei tempi di applicazione del Protocollo di Kyoto permetterebbe, quindi, di perseguire quelle riduzioni indicate dagli scienziati.
Direttamente collegata alla revisione del Protocollo, è la questione degli investitori nel mercato del carbonio. Si prevede che alla fine dell’anno saranno oltre 20 i miliardi di euro investiti in questo settore di mercato. Inevitabile, dunque, che una revisione del Protocollo tenga in considerazione e tranquillizzi anche questo mondo produttivo.
Sul fronte dei Paesi in Via di Sviluppo è emerso che dal 2008 si inizierà a discutere anche su possibili restrizioni all’emissione di gas serra per questi Paesi. E’ apparsa positiva, a questo riguardo, l’approvazione della proposta del Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan di istituire un fondo per promuovere gli investimenti in energie rinnovabili in Africa.
A Nairobi si è anche affrontato il tema dei costi economici legati alla siccità e al riscaldamento globale. Il rapporto di Nicholas Stern, ex- economista della World Bank, commissionato dal governo britannico, ha messo in rilievo come i costi futuri per contenere gli effetti del cambiamento climatico (siccità, inondazioni, ecc.) possano dare luogo ad una crisi superiore a quella del 1929 qualora non si intervenga subito. Intervenire ora, è emerso dal Rapporto, sarebbe poco costoso, mentre domani ci costerebbe molto caro.
Per ciò che concerne le posizioni internazionali sul Protocollo e sulle restrizioni delle emissioni, si registrano atteggiamenti molto diversi. La Cina, l’India e il Brasile hanno dato segnali di collaborazione, pur non rinunciando a quella situazione per loro vantaggiosa che gli ha riservato Kyoto e che consiste nell’esonero dai vincoli di riduzione dei gas serra per non ostacolare la loro crescita. Attualmente questi Paesi sono oggetto di investimenti di tecnologie pulite e fonti rinnovabili realizzati dagli Stati occidentali che, in questo modo, compensano le riduzioni che non riescono a fare a casa. Si tratta di un flusso di fondi e know-how molto apprezzato dai tre Paesi che, però, non vogliono sentire parlare di vincoli legislativi alle emissioni poiché ciò comprometterebbe la loro crescita. Questa è la posizione di molti Paesi in Via di Sviluppo, per i quali i Paesi occidentali hanno inquinato sino ad ora e tocca a loro risolvere il problema. Non si possono insomma chiedere sacrifici a chi sta uscendo ora a fatica dal circolo virtuoso della povertà. Questo ragionamento rilancia quello più generale sul modello di sviluppo e sull’applicabilità o meno del modello occidentale ai Paesi in via di Sviluppo in tempo di limitatezza delle risorse. Un enigma che spetterà agli economisti e alla politica risolvere nei prossimi anni.
Una notizia positiva viene dal versante dell’Unione Europea. La Presidenza Finlandese della Ue ha dichiarato che entro il 2050 bisogna dimezzare le riduzioni di gas serra nel mondo. A rafforzare questa consapevolezza europea verso la questione ambientale sono stati i pareri espressi da Tony Blair e Angela Merkel. I due leader sono sempre più convinti del fatto che investire in sviluppo sostenibile può diventare uno splendido motore economico.
Anche negli Stati Uniti si intravede all’orizzonte qualche mutamento. Il forzuto governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha lanciato un piano ambizioso che prevede di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra in California del 25% rispetto al 1990. Alla base della proposta del Terminator americano c’è un obiettivo economico poiché il Governatore intende accrescere il grado di competitività delle aziende californiane, facendo della Silicon Valley l’epicentro più importante per l’energia solare. Di parere opposto continua ad essere l’Amministrazione Bush, convinta che la riduzione delle emissioni deprimerebbe l’economia degli Stati Uniti.
Infine, qualche segnale incoraggiante viene dall’Australia che, pur non avendo ancora ratificato il Protocollo di Kyoto, è disposta a fare concessioni sul fronte delle emissioni. Allo stesso tempo la Russia ha proposto di lasciare la possibilità agli Stati di ricorrere a riduzioni volontarie delle emissioni. Nel 2007 sarà affrontato anche questo tema.
Ovidio Diamanti