POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
gennaio 2007
Chi educherà gli educatori?
Educazione al consumo sostenibile. Sembra un concetto semplice, invece è composto da ben tre assunti. Non è questa l’occasione di un’analisi grammaticale, logica o, peggio ancora del periodo: semplicemente di un’analisi e basta. Educazione = metodico conferimento o apprendimento di principi intellettuali e morali, validi a determinati fini, in accordo con le esigenze dell’individuo e della società (recita il Devoto Oli); capacità di vivere in mezzo a una comunità nella consapevolezza e nel rispetto dell’esistenza dell’altro (si potrebbe semplificare). Consumo = impiego che comporta un graduale esaurimento di energia, di materiali e sostanze varie… (recita il Devoto Oli); acquisizione di prodotti per le esigenze effettive della vita quotidiana e… per la soddisfazione di velleità che hanno radici nell’inconscio di ogni individuo (si potrebbe puntualizzare). Sostenibile = suscettibile di essere mantenuto con sollecitudine e impegno, o di venir convalidato e difeso con argomenti persuasivi (recita il Devoto Oli); supportabile senza scatenare sconvolgimenti (si potrebbe aggiungere, soprattutto se riferito al consumo).
Ed ecco che la definizione “educazione al consumo sostenibile” ci appare in tutta la sua “complicatissima complessità”. Insomma, non è una definizione da citare come si fa con altre entrate nell’uso quotidiano e la cui origine etimologica risulta altrettanto nebulosa. Per spiegarci: non importa se non si sa esattamente che vuol dire “impianto hi-fi” oppure “e-mail”, noi sappiamo che se vogliamo sentire un “CD” o scrivere al computer a un amico, abbiamo delle apparecchiature e delle modalità che usiamo e che ci conducono ad ottenere l’obiettivo desiderato senza troppe difficoltà.
L’educazione al consumo sostenibile invece no. Non ha libretti illustrativi, anche se esisterebbero miriadi di pubblicazioni, destinate a svariati gruppi sociali. Si usa il condizionale perché le pubblicazioni in realtà esistono, ma non vengono distribuite con i prodotti, non appaiono pubblicità rilevanti sulle reti televisive o nei quotidiani; piuttosto compaiono articoli o trasmissioni che di solito vengono letti o seguite non da un pubblico vasto, ma da un pubblico già introdotto al “problema”… e allora il gioco non vale!
Ma torniamo all’analisi del concetto di educazione al consumo sostenibile e precisamente al primo termine: educazione. Per giungere ad indirizzare una società verso l’educazione ad un sistema di vita, bisogna prima sapere se la medesima società ha già “metabolizzato” il concetto stesso di “educazione”. Al di là della precisissima definizione del Devoto Oli ci troviamo in un mare di guai! Ci accorgiamo che l’educazione, che dovrebbe comprendere i concetti di correttezza e lealtà, è confinata in un angolo remoto: quello che la famiglia o tutt’al più la scuola ci hanno insegnato essere alcune regole comportamentali di vita quotidiana. Non butto rifiuti per strada, faccio sedere un anziano sul tram, non supero le persone che seguono una fila, ecc. Ma soprattutto faccio o non faccio tutte queste cose perché ho capito quanto sia giusto e non soltanto perché seguo le regole come se ripetessi distrattamente una litania.
Ci sarebbero romanzi interi da scrivere sulle famiglie e sulla scuola e sui bambini e gli adolescenti “seguiti” dalle medesime, sulla loro ricettività e le loro reazioni, che scaturiscono dai mille e uno pensieri e desideri indotti o innati: le nostre “generazioni future” a cui “regalare” un “solido” concetto di educazione al consumo sostenibile, ma questa non è l’occasione adatta per farlo. Piuttosto si potrebbe fare qualche rapida considerazione riguardo a un momento di vita quotidiana che tocchi tutti e tre i concetti di educazione, consumo e sostenibilità dello stesso.
Coda alla “cassa cestini” del supermercato.
Educazione:
perché l’anziano signore distinto con soprabito Burberry e vera di Cartier, recante un cestino colmo di prodotti, dribbla con insospettabile agilità il vagabondo (probabilmente di pari età), con giaccone di colore indefinito, recante in mano due tetrapak di vino rosso, superandolo come se non esistesse? Perché alla domanda del vagabondo, pronunciata con accento forse slavo: “Ehi! Sono una statua io?! Non mi hai visto? C’ero io prima?” risponde: “Piantala e ritorna al tuo paese!”???
Quella dell’essere una statua mi era sembrata una metafora d’ironia piuttosto arguta nonostante l’occasione sfortunata di vita, e quella di “tornare al tuo paese” mi era sembrata un’espressione piuttosto banale nonostante l’occasione di vita tutt’altro che sfortunata.
Consumo:
perché la nonna con splendida bambina bionda e bambinaia filippina al seguito alla domanda della nipotina: “Ma nonna mi hai preso l’uva?” rimane basita? Perché la bambinaia filippina interviene: “Ma sì signola, la bambina ama uva!”???
Forse la bambinaia filippina conosceva i gusti della bambina più della nonna che aveva riempito il cestino, tra l’altro, di ogni ben di dio di merendine?
Sostenibile:
perché dopo aver acquistato la carta igienica recante il simbolo ECOLABEL mi sono accorta che costa molto di più delle altre? E non solo per il costo al rotolo, ma anche perché il rotolo è praticamente inutilizzabile poiché rimanendo incollato alla confezione di plastica esterna la carta si riduce a striscioline larghe circa cm 2, utilizzabili giusto per farsi fascette da fronte alla “cuoco giapponese”.
Forse c’è incuria nella produzione? Forse usano colle per le confezioni che soltanto la dinamite può sconfiggere? Perché un prodotto di “consumo sostenibile” deve essere meno curato degli altri?

Chi educherà gli educatori?
Gloria De Pace

 
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