dicembre 2006
SEMINARIO DELL’ULIVO “PER IL PARTITO DEMOCRATICO”
INTERVENTO DI FABRIZIO VIGNI, PORTAVOCE NAZIONALE DI SINISTRA ECOLOGISTA,
Perché un partito nuovo? Questo è il cuore della nostra discussione. Da qui, inevitabilmente, bisogna partire.
E dunque: perché il partito democratico? Solo perché vogliamo superare questa insostenibile frammentazione del centrosinistra? Certo, già questa è una ragione più che importante. Così com’è oggi il centrosinistra è debole e inadeguato. La situazione del sistema politico italiano, nel suo insieme, è una delle facce del rischio di declino del paese. Ma la motivazione del nuovo partito non può essere solo questa.
Un partito nuovo, allora, perché vogliamo unificare storie e culture politiche che vengono dalla storia italiana del ‘900? Certo, questa è una seconda, buona ragione. Vecchi steccati sono caduti. L’esperienza dell’Ulivo, in questi dieci anni, già ci ha cambiati, intrecciando valori, culture, programmi. Se vogliamo dare un futuro al paese c’è bisogno di una grande forza riformatrice.
Ma sono solo queste, le ragioni che ci spingono verso il partito democratico? Oppure, come io credo, un partito nuovo è necessario anche perché siamo di fronte a cambiamenti talmente grandi, nel mondo del ventunesimo secolo, al punto che non basta sommare le culture dalle quali veniamo per trovare tutte le risposte? Questo è il punto. Siamo dentro una storia nuova, diceva Reichlin. Se è così – ed è così – allora c’è da ridefinire la nostra funzione storica. Se è così – ed è così – abbiamo bisogno di profonde innovazioni culturali e politiche.
Io penso che questa sia la sfida. Non solo unificare le storie dalle quali veniamo – che pure, sia chiaro, hanno radici ancora vitali. Ma costruire, insieme, un riformismo nuovo. Con la testa girata in avanti. Verso il riformismo del futuro.
Se è così, allora, il partito democratico dovrà innestare su quelle radici ancora vitali, che vengono dalla storia del ‘900, i valori e le culture nuove necessarie per interpretare i problemi del ventunesimo secolo. La cultura ambientalista in primo luogo. E su questo – intervengo nella discussione come portavoce dell’associazione Sinistra ecologista – mi vorrei soffermare.
Un partito nuovo – se nasce – nasce perché ha l’ambizione dello sguardo lungo sul futuro. Ora, se alziamo lo sguardo, vediamo che la storia dell’umanità sta entrando dentro un “collo di bottiglia” – per usare la definizione di un grande biologo del nostro tempo, Edward Wilson – che si preannuncia molto turbolento e assai complicato.
Pensiamo ai cambiamenti climatici. Tutto (o quasi) il mondo scientifico ormai conferma previsioni sempre più allarmanti. L’aumento della temperatura dovuto all’effetto serra potrebbe giungere entro vent’anni ad un punto irreversibile, con effetti sempre più incontrollabili. Il tempo a disposizione per invertire la tendenza è sempre meno. Nel frattempo gli esperti discutono se il famoso “picco petrolifero” sia già stato raggiunto, o se ciò avverrà nel giro di qualche anno. Ma non fa una grande differenza: la cosa certa è che all’orizzonte si profila ormai la necessità di una transizione dall’era del petrolio a nuove forme di produzione di energia. Sia perché andiamo verso il progressivo esaurimento dei combustibili fossili – un dono geologico accumulato in milioni di anni, grazie al quale negli ultimi due secoli abbiamo costruito la civiltà industriale e raggiunto livelli di benessere mai conosciuti prima – sia per la necessità di contrastare i cambiamenti climatici. Sarà un passaggio d’epoca tutt’altro che semplice.
O pensiamo alla crescita economica impetuosa di Cina e India. Il 40% della popolazione globale. Un sisma che sta sconvolgendo gli assetti del mondo. In confronto a noi Cina e India consumano ancora poca energia e poche risorse, ma le dimensioni di questo processo stanno già producendo un impatto ambientale che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Come si fa a non riconoscere che l’aspirazione di quei paesi e del mondo ancora sottosviluppato a livelli di benessere simili ai nostri è un’aspirazione più che legittima? Ma il nostro modello di sviluppo non è replicabile su scala planetaria, pena una pressione sempre più insostenibile sulle risorse naturali e crescenti sconvolgimenti ambientali. E’ un bel rompicapo. O si trova il modo di riequilibrare l’accesso alle risorse ed al benessere superando le terribili disuguaglianze tra i paesi più ricchi e quelli più poveri– con nuovi modelli di sviluppo, diversi stili di vita, nuove tecnologie, forme di governo democratico del mondo – oppure il mondo diventerà sempre più invivibile.
Ora, mi chiedo: se il dibattito sul futuro della sinistra e sul partito democratico non si misura anche con questi scenari, che razza di dibattito è? E’ possibile pensare ad un nuovo soggetto politico – in questo nuovo secolo – che non assuma la sostenibilità ambientale tra i suoi princìpi fondanti?
Per muoversi in questo futuro complicato non basteranno le vecchie carte geografiche. Siamo di fronte a problemi dirompenti, che rimettono in discussione tutte le culture politiche nate negli ultimi due secoli. Culture che, seppur diverse tra loro, hanno avuto in comune l’idea – oggi diremmo l’illusione – che la crescita economica potesse essere, nelle sue dimensioni quantitative, illimitata e senza fine.
L’ambiente è un tema troppo importante per essere delegato a forme di ambientalismo minoritario o fondamentalista. E’ un tema che interroga il riformismo. E’ una delle frontiere nuove per i socialisti ed i democratici – per l’intero campo delle forze progressiste – in ogni parte del mondo.
Nel secolo scorso ci siamo trovati ad affrontare la sfida di regolare il mercato per garantire diritti sociali e redistribuzione del reddito: da lì è nato lo Stato sociale. In questo secolo una delle sfide più grandi sarà orientare l’economia verso forme di sviluppo ecologicamente sostenibili. E’ una sfida che indica la necessità di un riformismo nuovo su scala globale. Non sarà il mercato, da solo, a risolvere i problemi. Il neoliberismo si è dimostrato una ideologia rozza e devastante. Deve tornare in campo la politica. La grande politica. Con una nuova idea della modernità. Non è moderna – non può più esserlo – l’idea di una crescita quantitativa illimitata. Moderno è uno sviluppo che rispetta la natura. Moderna è l’idea di cominciare a sostituire al PIL, termometro alquanto rozzo, indicatori più completi ed intelligenti dello sviluppo umano e del benessere (che non coincide con “ben-avere”, anche uno slittamento progressivo di significato finisce spesso per farli coincidere).
La forza e la lungimiranza del nuovo soggetto politico dipenderanno dunque anche dalla presenza della cultura e dell’esperienza ecologista. Altrimenti – scusate la brutalità – sarebbe un partito che nesce già vecchio ed inadeguato sia rispetto agli scenari nuovi del mondo, sia rispetto alla funzione da svolgere nell’Italia di oggi.
L’Italia, appunto. Se è vero che siamo di fronte al rischio di un declino – se è vero che il modello di sviluppo che per mezzo secolo aveva garantito crescita del benessere economico e sociale mostra tutte le sue fragilità nell’epoca della globalizzazione – come si fa ripartire il paese? Come si ritrova un ruolo in Europa e nel mondo? Io non riesco a vedere altra strada che quella di uno sviluppo fondato sulla qualità. Le politiche per l’ambiente e per la modernizzazione ecologica dell’economia hanno, in questo senso, un ruolo tutt’altro che secondario per dare all’Italia uno sviluppo nuovo, forte, duraturo.
Intanto perché su cosa puntiamo se non, prima di tutto, sulla valorizzazione delle risorse sulle quali non dobbiamo temere competizioni, a partire dall’immenso patrimonio storico, ambientale, culturale dell’Italia? Uno dei motori principali dell’economia – e di una nuova fase del “made in Italy” – può essere, per una paese come il nostro, proprio la capacità di innestare ricerca, innovazione tecnologica, creatività, su prodotti e servizi di qualità per i quali l’identità territoriale, la qualità ambientale, il patrimonio di storia e civiltà costituiscono uno straordinario valore aggiunto. E ancora: come si fa a non vedere che la necessità di indirizzare le politiche industriali verso settori strategici ad alta innovazione coincide sempre di più con obiettivi legati proprio alle nuove frontiere di modernizzazione ecologica dell’economia?
Come si è cominciato a fare – fatemi spendere una parola su questo – con la legge finanziaria. Finalmente una serie di provvedimenti incisivi per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, accompagnati da misure di fiscalità ecologica e dalla scelta di orientare la ricerca e l’innovazione tecnologica – penso al progetto predisposto da Bersani,“Industria 2015” – verso settori strategici per la stessa sostenibilità ambientale dello sviluppo. E’ la direzione giusta. Una strada lungo la quale camminano insieme innovazione tecnologica, modernizzazione del paese, competitività delle imprese, salvaguardia dell’ambiente. C’è nella Finanziaria un’idea di futuro dell’Italia che dovremmo riuscire a raccontare di più e meglio.
“Abbattere muri, costruire ponti”, veniva detto in una delle relazioni. Tra i muri da abbattere c’è quello che troppo a lungo ha separato economia ed ecologia. Abbattere quel muro significa gettare un ponte verso il futuro. E’ un compito che dovremo sentire fino in fondo come compito nostro, se vogliamo costruire un partito nuovo – un partito che sappia unire radicamento popolare, partecipazione democratica, cultura di governo, voglia di cambiare le cose del mondo – davvero all’altezza delle sfide del nostro tempo.
FABRIZIO VIGNI