luglio 2006
LA FILOSOFIA ISLAMICA E L’EUROPA (II): AVERROE’
La presenza e il ruolo di Averroè nella formazione della cultura europea medievale sono legati alla sua attività di commentatore di Aristotele. Averroè visse nella Spagna (Andalusia) musulmana del XII secolo e, professionalmente, fu un giudice e un medico. Dedicò tuttavia il meglio delle sue energie intellettuali alla filosofia e, persuaso che Aristotele fosse stato il miglior uomo mai nato sulla terra (dopo il Profeta, evidentemente!), in un arco di più di trent’anni commentò pressoché tutte le opere del grande pensatore greco. Questi commentari arrivarono in Occidente già agli inizi del XIII secolo e divennero libri di testo nelle Università del mondo latino, a Parigi come a Oxford, a Padova come a Bologna.
Le dottrine di Averroè che ebbero maggior impatto furono tre: l’eternità del mondo; l’unicità dell’intelletto possibile; la cosiddetta “doppia verità”. L’eternità del mondo fu difesa dal filosofo musulmano sulla base di Aristotele. Siccome – aristotelicamente – il motore non può essere separato dal mosso, Dio, motore supremo dell’universo, non può essere separato dall’universo stesso. Visto che Dio onnipotente non può non aver creato, prodotto e messo in movimento l’universo fin dall’inizio (altrimenti sarebbe rimasto impotente e inattivo per una durata infinita di tempo), essendo Dio eterno, eterno sarà anche l’universo. Averroè peraltro si premurava di dire che il cosmo è comunque ontologicamente inferiore a Dio, poiché Dio è la causa mentre il cosmo è il causato, Dio è il creatore mentre il cosmo è la creatura. Per quanto riguarda l’unicità dell’intelletto possibile, si tratta di una dottrina assai complicata, che non può venir descritta nei dettagli. Basti dire qui che, secondo Averroè, tutti gli uomini condividono una unica specie di intelletto pensante e questo intelletto unico è separato dai corpi dei singoli individui uomini, ed è immortale proprio perché unico e separato. Se l’eternità del mondo era dottrina che preoccupava la Chiesa perché sembrava negare la libera volontà di Dio di creare quando avesse voluto e a suo piacimento, la dottrina dell’unicità dell’intelletto preoccupava perché sembrava negare l’individualità dell’anima umana: visto che, a quell’epoca, l’anima era grosso modo identificata con l’intelletto, se l’intelletto era unico e separato dai corpi non esistevano più le singole anime attribuite ai singoli individui, e in tal modo veniva compromesso il concetto di premio o di condanna ultraterreni. Immortale era l’unico intelletto separato, non le singole anime individuali che rischiavano di essere considerate mortali con la morte del corpo che le aveva contenute. Lo stesso Averroè era cosciente di questa ultima difficoltà e cercò di risolverla attribuendo l’immortalità a una nuova specie di intelletto, l’intelletto speculativo.
Altrettanto problematica risultava l’idea della “doppia verità”. Secondo questa dottrina, esistono due verità, una filosofica, basata sul ragionamento razionale e dunque assoluta e incontestabile, e una religiosa, basata sulla retorica e la persuasione e quindi insufficiente per dimostrare alcunché e per soddisfare le esigenze teoriche delle menti più raffinate. L’aspetto più controverso stava quindi nel fatto che la verità filosofica sarebbe, per così dire, più vera di quella religiosa e che gli uomini davvero intelligenti possono fare a meno della religione e dedicarsi esclusivamente alla filosofia. È importante notare, tuttavia, che Averroè non formulò mai la dottrina della “doppia verità” nel modo che si è appena spiegato. Averroè si era infatti limitato a osservare che ci sono due piani di accostamento alla verità, ugualmente validi: un piano razionale e dimostrativo e un piano retorico e persuasivo. Così, dal punto di vista razionale, adatto ai filosofi, si può dire che le beatitudini del Paradiso consistono nella visione di Dio, mentre dal punto di vista retorico, adatto alla massa del volgo ignorante, si deve dire, come fa il Corano, che il Paradiso è un lussureggiante giardino dove scorrono fiumi e si trovano belle donne. La verità è una, cioè che il Paradiso esiste e che in esso i beati godranno di particolari piaceri; ma ogni uomo comprende questa verità in maniera proporzionale alle sue abilità intellettuali. Di fatto, la dottrina della “doppia verità”, nel senso di prevedere una netta ostilità e opposizione tra filosofia e religione fu elaborata negli ambienti ecclesiastici occidentali e attribuita ad Averroè per colpire, attraverso il maestro, i suoi discepoli latini che insegnavano nelle Università. Ma questo lo vedremo nel prossimo articolo.
Massimo Campanini