POESIA, LETTERATURA, PENSIERI
giugno 2006
Il declino di un paese abbronzato
Il declino industriale del nostro paese, ormai da molti anni, non è più uno
scenario futuro, ma un presente che andrebbe interpretato non solo rispetto al
mondo del lavoro, ma anche rispetto alla gestione del territorio. Infatti
nonostante il calo della produzione industriale e, dato molto più critico, la
pesante riduzione della quota italiana a livello di commercio internazionale i
paesaggi delle periferie delle nostre città continuano a essere pianificati
con zone industriali, con conseguenti capannoni destinati a ospitare non si sa
bene quali attività produttive.
Sembrano lontani gli anni del "miracolo del nord est", quando migliaia di
piccole imprese conquistavano il mondo e i piani regolatori dei comuni veneti;
con una deroga dietro l'altra, consentivano la realizzazione di terribili
prefabbricati che, se messi in fila, avrebbero unito Venezia a Torino. Oggi
molti di quei capannoni sono vuoti, alla ricerca disperata di nuovi padroni; i
vecchi se ne sono andati in Romania, Turchia e Cina, in una rincorsa che
potrebbe rivelarsi suicida per il paese. Ma la globalizzazione non consente
analisi strategiche di lungo periodo, obbliga solo a competere riducendo i
costi, aumentando la produttività e cercando nuovi mercati.

Nascono così nuovi colossi economici, di cui Wal Mart è l'emblema mondiale,
che creano ricchezze immense con comportamenti non molto diversi dai grandi
coltivatori di cotone dell'ottocento, polverizzando benefici sociali e civili,
oltre che economici.
E così si distruggono comunità create in millenni di storia per risparmiare
sul tostapane o sull'asciugacapelli e non ci si ferma a riflettere su ciò che
si va distruggendo: le reti locali d'interdipendenza economica e le comunità
che su di esse si fondavano. Ma una analisi di questo tipo implica una
consapevolezza profonda del concetto di policy, definito in passato
come "tutto ciò che i governi decidono di fare o di non fare".
Nei tempi recenti tale concetto ha assunto un'accezione più allargata, fino a
comprendere non più solo i governi, ma "un insieme di attori che agiscono in
relazione a un problema collettivo". Una policy in grado di resistere alla
globalizzazione è un obiettivo non facile, a prescindere dai proclami
declamati negli infiniti convegni che affrontano questo tema.
Non è facile, soprattutto perché il sistema nel suo complesso rischia di
essere in ritardo, forse, come in molti sostengono, fuori tempo massimo
rispetto ai tempi della natura.

La crescita infinita carattere fondante della globalizzazione rappresenta
un'eccezione storica; la crescita è sempre stata, come hanno evidenziato gli
antropologi, qualcosa di impensabile per molte società preindustriali. Le
società primitive ponevano limiti alla produzione, mentre oggi i sostenitori
di un modello fautore della decrescita, come unica, strettissima strada da
percorrere per salvare il pianeta, vengono considerati, nella migliore delle
ipotesi, dei provocatori.
La globalizzazione traguardo finale dello sviluppo industriale fondato sulla
continua innovazione tecnologica è riuscita a far passare per naturale ciò che
non è secondo la natura umana e, fattore ancora più devastante, è riuscita a
stabilire un legame indissolubile tra l'ideologia della crescita economica e
quella individuale. Di fronte a una sovrastruttura di questo tipo, che sembra
impossibile solamente scalfire, vi sono vari punti di vista, ma l'unico che
sembra poter incidere su questo modello stagnante, democratico solo a parole,
è quello fondato sull'informazione; si pensi a come milioni di giovani nel
mondo siano riusciti a rompere il monopolio delle grandi case discografiche
attraverso internet.
Si deve seguire la stessa strada: la mobilitazione contro l'alta velocità in
Val di Susa ne è un esempio; si è forse superato il limite di tolleranza che
ha attivato nella popolazione un meccanismo di rivolta, a volte timbrato con
il temine "eversione", ma che in realtà è solo la manifestazione di un
profondo disagio per decisioni basate su logiche legate alla globalizzazione
economica, lontane dagli interessi di comunità con identità e culture fondate,
appunto, su quella straordinaria rete di interdipendenza economica e culturale
suddetta. E le mobilitazioni non avvengono solo in Italia, ma contro l'alta
velocità si segnalano manifestazioni in Francia, Inghilterra, Spagna,
Portogallo, Germania e persino in Giappone.

È incredibile vedere come le politiche di sviluppo globali stiano determinando
risultati completamente opposti rispetto agli obiettivi, le poche volte in cui
questi vengono dichiarati (spesso si procede solo per inerzia e incapacità di
opposizione ai grandi gruppi economici ormai intrecciati paurosamente con il
potere politico e dell'informazione); il nuovo paradigma è infatti
sostanzialmente fondato sul definitivo declino dello stato-nazione (si pensi
all'allargamento geografico e politico dell'Unione europea e ai tentativi di
creazione di mercati comuni in altre aree del mondo), dalla deregulation
spinta dei mercati internazionali ecc. Ma il nuovo ordine mondiale, così come
tutti i poteri, ha terrore del vuoto e produce, quindi, una moltitudine di
norme e standard finalizzati alla propria legittimazione a lungo termine e che
ricoprono l'intero spazio mondiale, con conseguente annullamento di identità,
culture e modelli economici sviluppatisi nel corso dei secoli.
Una visione dello sviluppo di questo tipo che personalmente considero una
profonda regressione dell'umanità, indipendentemente da considerazioni di
sviluppo tecnologico è ancora più triste in Italia, dove questo modello
inevitabilmente si scontra con il fascino di uno dei territori più belli del
mondo da un punto di vista della biodiversità naturale e culturale.

Perché non esiste un disegno strategico per evitare che questo paese, culla
della cultura occidentale, si trasformi definitivamente in un enorme centro
commerciale?
I capannoni di un'industria che sta scomparendo ospitano outlet con prodotti
made in China, sale giochi e solarium, dove dopo un'intera giornata in un
ufficio condizionato, in una automobile condizionata, in uno shopping center
condizionato, si cerca un sole finto per poter giocare in questa enorme
finzione in cui anche il nostro paese si sta ormai trasformando.
Ma come sempre, di fronte a cambiamenti epocali, oltre un certo limite scatta
automaticamente un meccanismo di autodifesa, disperato, aggrappato a non
perdere valori oggi sempre più importanti, e che non si misurano in prodotto
interno lordo, parametro di un secolo andato che ostinatamente ci viene
propinato come misuratore dello sviluppo quando ormai perfino in Bhutan,
piccolo splendido regno tra le montagne Himalayane, lo sviluppo viene misurato
in "felicità interna lorda", indicando un percorso verso cui tutti i
governanti dovrebbero tendere. Obiettivo ambizioso, utopia ma "non c'è niente
di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo. È possibile,
è il mestiere al quale l'umanità si è dedicata da sempre. Non concepisco una
vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al
rifiuto ostinato dell'inevitabilità del caos e dello sconforto". Queste parole
di una scrittrice e rivoluzionaria nicaraguense sono lo spirito che dovrebbe
ispirare la pianificazione e il governo del nostro territorio, un governo che
purtroppo ormai è divenuto solamente "amministrazione", e che ha perso
l'elemento fondamentale il pensiero evaporato nei saloni di abbronzatura.
Francesco Bertolini - Università Bocconi, Milano

 
stampa articolo
Politica dei Cookie       -       Design & Animation: Filippo Vezzali - HTML & DB programming: Alain Franzoni