maggio 2006
LA FILOSOFIA ISLAMICA E L’EUROPA: (I) IL RITORNO DI ARISTOTELE
Nei monasteri dell’Europa medievale si era conservato molto della antica letteratura latina, pochissimo di quella greca (anche perché, caduto l’impero romano nel 476, in Occidente quasi più nessuno sapeva leggere il greco). Ma pressoché nulla si era conservato della scienza e della filosofia dei greci. Le opere filosofiche originali di Aristotele e di Platone, gli scritti di Tolomeo o Galeno, di Archimede ed Euclide erano scomparse dalle biblioteche. Ci tornarono però, a partire dall’XI secolo, e grazie al mondo arabo-islamico. Furono infatti gli arabi e i musulmani a salvare dal naufragio delle grandi invasioni barbariche che avevano travolto la cultura occidentale, così come dalla persecuzione contro la filosofia condotta dall’imperatore bizantino Giustiniano nel VI secolo, le opere filosofiche dei greci. Già a partire dalla fine dell’VIII secolo fino a tutto il X secolo, a Baghdad soprattutto, squadre di traduttori arabi versarono dal greco al siriaco e poi dal siriaco o direttamente dal greco all’arabo prima le opere scientifiche, di astronomia o di medicina, degli antichi elleni e poi i trattati di Platone e di Aristotele e di alcuni neoplatonici. Ricostituito in Oriente il patrimonio scientifico e filosofico della Grecia classica, gli arabi-musulmani lo diffusero nell’Occidente islamico, soprattutto in Spagna, e dall’Occidente islamico esso ritornò in Europa.
Le due terre dove avvenne il contatto diretto furono la Spagna, appunto, e la Sicilia. Nel 1085 l’antica capitale visigota di Toledo, dopo essere rimasta in mano araba per circa tre secoli, fu riconquistata dai cristiani. Toledo divenne, grazie al suo ruolo provvisorio di cerniera tra due mondi, quello islamico della Spagna meridionale e quello cristiano della Spagna settentrionale, il luogo dove traduttori latini, ma anche traduttori nel volgare castigliano, versarono nelle lingue romanze i testi dei filosofi greci, in primo luogo di Aristotele, che ivi trovarono in edizione araba. Il più importante di questi traduttori fu sicuramente Gherardo da Cremona; ma altri importanti furono Domenico Gundissalvi e Ermanno Alemanno. Per quanto riguarda la Sicilia, l’isola era rimasta in mano musulmana per circa due secoli, ma tra XI e XII secolo era passata prima ai Normanni e poi agli Svevi. Due sovrani soprattutto, Ruggero II d’Altavilla (re 1130-1154) e Federico II di Svevia (imperatore 1220-1250), furono particolarmente sensibili alle ricchezze della cultura islamica. Entrambi patrocinarono gli studi e protessero o direttamente gli studiosi musulmani (per esempio Ruggero nei confronti del geografo al-Idrisi) o i traduttori (per esempio alla corte palermitana di Federico II lavorò il celebre Michele Scoto, altro grande dragomanno dall’arabo al latino).
Così, fu a partire dal XII secolo per culminare nel XIII che, in Occidente, si ebbe il cosiddetto “ritorno di Aristotele”, come lo chiama la storiografia; cioè l’inserimento nei curricula di studio delle Università delle opere del grande greco, il “maestro di color che sanno”, come lo chiamava Dante. Aristotele divenne il punto di riferimento per lo studio della filosofia, ma anche della cosmologia, della biologia, dell’etica e della logica. Le sue opere erano state tradotte dall’arabo; ma i musulmani non si erano ovviamente limitati a tradurle, le avevano anche commentate. Un commentatore su tutti svettava, Averroè. Perciò nelle Università, insieme ad Aristotele, giunse anche Averroè e la presenza del commentatore per eccellenza (lo ricorda così Dante nel IV canto dell’Inferno) doveva lasciare un’orma profonda sul pensiero occidentale come si vedrà.
Massimo Campanini