edizione numero
283
rivista on-line mensile
anno venticinquesimo - MAGGIO 2026
registrata presso il Tribunale di Milano
n.330 del 22/05/2007
dicembre 2005
LA SCIENZA ISLAMICA E L’EUROPA (I):LA MATEMATICA
E’ ben noto che i numeri di cui ci serviamo sono chiamati “arabi”. Ciò dipende dal fatto che furono gli arabi – o meglio i musulmani (non tutti i musulmani sono arabi!) - a trasmettere in Europa questa particolare grafia numerica che semplificava l’impraticabile grafia derivata dall’eredità latina, i cosiddetti numeri “romani”. Con i numeri romani, infatti, era pressoché impossibile procedere a un calcolo in colonna, cosa invece che i numeri arabi consentono con facilità. In tal modo si diede un contributo fondamentale alla diffusione della aritmetica di base, quella che usiamo ogni giorno per le necessità più diverse. Peraltro, i numeri “arabi”, anche se trasmessi in Europa da quella civiltà, sono originari dell’India; ma appunto la trasmissione è avvenuta attraverso l’Islam.
Molti altri termini e molti altri concetti matematici sono trascorsi nella nostra cultura da quella arabo-islamica. Per citare solo i più comuni, “algoritmo” (cioè calcolo) è la latinizzazione del nome del celebre matematico persiano al-Khwarazmi (morto 863 d.C.); così come “algebra” deriva dal titolo della sua opera maggiore, ovvero Al-Jabr wa al-muqabala (La restaurazione e la comparazione); un altro vocabolo tecnico entrato nell’uso comune è “radice” Lo stesso al-Khwarazmi è colui che popolarizzò i numeri indiani nella matematica araba da cui, come si è detto, passarono in Occidente. In realtà, una certa parte del linguaggio scientifico è piena di parole di origine araba. Per esempio, “alchimia” e naturalmente “chimica” derivano dall’arabo al-kimiya, anche se è incerto il significato di quest’ultimo termine (che potrebbe derivare a sua volta dall’egiziano antico). E in quest’ambito sono “arabi” vocaboli ben noti come “alcool” (da al-khuhul), “alambicco” (da al-anbiq) o addirittura “nafta” (dall’arabo nift, con cui veniva indicato già nel Medioevo il petrolio). Si noti che si tratta di termini relativi soprattutto alla pratica chimica, poiché i musulmani si dedicarono a questa materia soprattutto sul piano sperimentale.
Ma per tornare alla matematica, il contributo degli arabi e in genere dei musulmani alla storia di questa disciplina è stato cospicuo. Prendiamo per esempio lo zero (anche questo termine è di origine semantica orientale, visto che in arabo “zero” si dice sefr). Orbene, lo zero era sconosciuto alla matematica greca e fu introdotto proprio dai musulmani (anche se questi non lo “inventarono” nel senso proprio); o per meglio dire, i musulmani impararono dagli indiani e trasmisero all’Occidente l’idea che anche lo zero è un numero. Questa idea è fondamentale per quanto ha rivoluzionato la numerazione posizionale (prima e dopo lo zero) e la notazione esponenziale (le potenze di dieci), ed è risultato indispensabile per la moltiplicazione, eccetera. Si può dire poi che l’algebra come disciplina di calcolo nacque con al-Khwarazmi che ne enunciò le sei equazioni fondamentali. Ma in quest’ambito notevoli contributi furono dati anche alla trigonometria che, inoltre, fu per la prima volta applicata a studi astronomici. Per primi gli arabi-musulmani si dedicarono a studi di calcolo combinatorio, mentre, facendo ricorso a formule greche, per esempio di Archimede, svilupparono lo studio sistematico delle ellissi e dei paraboloidi.
Una parola in più varrà forse la pena di spendere per Omar Khayyam. Genio enciclopedico, questo persiano (vissuto in date incerte nel XII secolo) fu matematico e squisito poeta, caso non raro nella cultura musulmana medievale di sintesi tra sapere umanistico e sapere scientifico. Ricordiamo che taluni matematici musulmani erano affascinati dalle proprietà del numero per quanto l’uno, numero fondamentale, rispecchia l’Unicità di Dio. Per quel che ci interessa, Omar Khayyam seppe offrire una peculiare risoluzione geometrica delle equazioni cubiche del tipo x2 + yx = w. Rivendicò l’originalità della ricerca matematica della sua cultura rispetto a quella degli “Antichi” (i greci) e definì l’algebra come “arte il cui argomento è costituito dal puro numero e da quantità misurabili incognite, aggiunte a una cosa nota grazie alla quale possono essere trovate”.
MASSIMO CAMPANINI