maggio 2005
UN'ECONOMIA DIVERSA E' POSSIBILE?
Nonostante vi sia chi ritiene che gli economisti non abbiano alcun titolo ad affrontare problemi legati alla tutela ambientale provo a dare un piccolo contributo per far capire come anche l’economia, anzi la teoria economica, possa essere un utile strumento per affrontare per lo meno alcuni aspetti del problema del degrado ambientale.
Di certo la teoria economica classica non ci aiuta molto in questo senso, imperniata com’è su concetti come la massimizzazione dei profitti, la minimizzazione dei costi, la massimizzazione dei consumi e dei bisogni (massima utilità), lo sfruttamento delle risorse. Proprio per questo l’economia ambientale propone dei cosiddetti correttivi che consentono di tenere conto di fattori ambientali e sociali che altrimenti non rientrerebbero nei “calcoli economici” puri. Essa ha introdotto concetti come la contabilità nazionale verde, il PIL verde e vari altri indicatori e indici (ad esempio l’indice del benessere economico sostenibile di Cobb Daly, esistono addirittura indici borsistici di sostenibilità!) che cercano di coniugare l’aspetto economico con gli aspetti ambientali e sociali, fino ad arrivare al concetto di sviluppo sostenibile. Sono questi tuttavia solo tentativi di correggere un’impostazione che è comunque legata ad una concezione dell’economia basata sulla crescita illimitata, sul concetto che se non c’è crescita non c’è progresso, fondata sulla nozione di illimitatezza della natura e delle sue risorse. Ora proprio quest’ultimo assioma sta entrando in crisi: la base energetica che sostiene il nostro sistema economico, il petrolio, è al limite, ma noi ci ostiniamo a non considerare i limiti. Continuiamo a proporre la crescita economica e la tecnologia come soluzione per tutti i problemi, siano essi di natura ambientale, sociale, economica. Sta accadendo esattamente quello che accade quando un sistema economico, o una civiltà, entra in crisi: stiamo perdendo quella flessibilità che ci permetterebbe di adattarci al cambiamento, e ci aggrappiamo ancora più saldamente agli assiomi fondanti della nostra società: il mercato e la tecnologia. Vi sono tuttavia segnali evidenti che il progresso tecnologico non tiene il passo con l’esaurirsi delle risorse energetiche (ad esempio ci vorranno dai dieci ai vent’anni per riuscire a sfruttare l’idrogeno su vasta scala, dai venti ai trent’anni per riuscire a produrre energia dalla fusione nucleare).
La domanda che si pone a questo punto è: invece di elaborare dei correttivi alla teoria economica classica, non si potrebbe piuttosto ripensare radicalmente il nostro sistema economico? Esistono o si potrebbero pensare sistemi economici alternativi, che partono da presupposti radicalmente differenti rispetto a quelli a cui siamo abituati a ragionare?
Vi propongo il pensiero di due economisti contemporanei che ci aiutano a ribaltare alcuni concetti. Il primo è Serge Latouche, economista di formazione e antropologo per esperienza, che ha contribuito alla maturazione dei concetti intorno a cui si sono costruiti i movimenti new global. Latouche ci mette in guardia dal considerare lo “sviluppo sostenibile” come la soluzione al problema del degrado ambientale. Il concetto di sviluppo sostenibile non è una trovata degli economisti, bensì uno slogan pensato dalle grandi istituzioni internazionali (in particolare dall’ONU). Gli economisti sono poi stati incaricati di tradurlo in un concetto chiave dell’economia ambientale. In questo concetto tuttavia vi è una contradizzione in termini. Mettere insieme sviluppo e sostenibile, dice Latouche, è come dire una guerra pulita, una globalizzazione dal volto umano, un’economia solidale, ecc. Il problema con lo sviluppo sostenibile non è tanto con la parola sostenibile quanto con il concetto di sviluppo, che è strettamente legato al concetto di crescita illimitata e di illimitata disponibilità di risorse. Come sottolineava anche Nicholas Georgescu-Roegen, economista romeno padre del concetto di “decrescita”: “Lo sviluppo sostenibile non può in alcun caso essere separato dalla crescita economica”. E' alquanto improbabile che concepire lo sviluppo in chiave ecologica basti a risolvere i problemi, così come non è sufficiente la crescita zero. Georgescu-Roegen mette in evidenza come anche la crescita zero sia un vicolo cieco. In effetti, anche se stabilizzassimo la nostra economia, continueremmo ad attingere al nostro “capitale naturale”. Tutto il problema consiste nel passare da un modello economico e sociale fondato sull'espansione permanente ad una civiltà "sobria" il cui modello economico abbia integrato la finitezza del pianeta e delle risorse. Questo cambia tutto perché cambia i paradigmi che sono alla base della teoria economica: se le risorse non sono più infinite cade anche il paradigma della crescita economica infinita. A questo punto si può pensare di ridurre la produzione e i consumi. In termini economici questo significa entrare nella decrescita. Il termine non significa tuttavia crescita negativa né recessione, ma semplicemente una diminuzione nella scala delle strutture che costituiscono il nostro sistema economico. Vi sono essenzialmente tre ordini di strutture che sorreggono il nostro sistema economico e sociale: le infrastrutture tecnologiche (strade, ferrovie, reti telematiche ecc.), le infrastrutture sociali (scuole, ospedali, centri di ricerca) e le infrastrutture produttive (aziende, imprese). Possiamo pensare che sia utile e sensato ridurre le dimensioni di queste infrastrutture? In parte sicuramente sì, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture produttive, se pensiamo che sia possibile porre un limite alla nostra sete infinita di consumi alimentata da anni di condizionamento pubblicitario, o ancora se pensiamo ad alcune vere assurdità indotte dalla mancata internalizzazione dei costi ambientali (ad esempio i costi dei trasporti) di alcuni prodotti: vi ricordate la battuta di Beppe Grillo sul fatto che i Danesi importano tonnellate di biscotti americani e gli Americani fanno altrettanto con i biscotti danesi (scambiatevi le ricette!!)?
Anche Edward Goldsmith fondatore della più importante rivista europea di ecologia, The Ecologist e co-fondatore dell'International Forum on Globalization (https://www.ifg.org/) individua nel cosiddetto "progresso", inteso come sviluppo della scienza, della tecnologia, dell'industria, del sistema mondiale del mercato e dello Stato Moderno, la causa principale della disintegrazione sociale e del degrado ambientale, e afferma che, per affrontare questi problemi, occorre tornare ad alcune peculiarità di base delle società tradizionali del passato. Egli richiama il concetto di società stabile, fondata su una scala di valori che assicura la subordinazione degli interessi particolari ed egoistici dell'individuo a quelli della famiglia e della società nel suo insieme, esattamente il contrario di quello che avviene nella società industriale moderna caratterizzata dalla disintegrazione del tessuto sociale, dall'individualismo sfrenato e dal degrado ambientale. Egli nota che il cosiddetto "sviluppo economico" non migliora assolutamente il tenore di vita della società intera. All'opposto, esso determina effetti controproducenti assai sgradevoli, come, ad esempio, la disoccupazione, la creazione di metropoli enormi insostenibili, assurde concentrazioni di persone sradicate dal loro ambiente d'origine e che vivono in un tessuto societario disgregato e senza tradizioni. In definitiva anche Goldsmith ripropone l'ideale gandhiano di uno Stato come associazione di "repubbliche-villaggio", tendenzialmente autosufficienti, in cui le attività economiche, come indica con forza lo stesso Platone, siano svolte nella più piccola scala possibile, per salvaguardare al massimo grado attuabile l'ambiente sociale e fisico.
Ma sono praticabili queste soluzioni? Per vedere come queste idee si possano tradurre in termini pratici provate a leggere il “Manifesto del movimento per la decrescita felice” di Maurizio Pallante (https://www.unmondopossibile.net/articolo/art0076.htm). Il Movimento per la Decrescita Felice ritiene che non ci si debba limitare a sostituire i prodotti con la loro variante bio, eco, ecc., ma che questa sostituzione debba avvenire nell’ambito di una riduzione dei consumi, da perseguire sia con l'eliminazione di sprechi, inefficienze e usi impropri, sia con l'eliminazione dei consumi indotti da un'organizzazione economica e produttiva finalizzata alla sostituzione dell'autoproduzione di beni con la produzione e la commercializzazione di merci.
Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzati si riscoprano e si valorizzino stili di vita del passato, irresponsabilmente abbandonati in nome di una malintesa concezione del progresso, mentre invece hanno ampie prospettive di futuro non solo nei settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell'umanità, come quello energetico, dove la maggiore efficienza e il minor impatto ambientale si ottengono con impianti di autoproduzione collegati in rete per scambiare le eccedenze. Lo sviluppo sostenibile è infatti ritenuto un lusso perseguibile solo da chi ha già avuto più del necessario da uno sviluppo senza aggettivi.
Per approfondire:
di Edward Goldsmith:
Processo alla globalizzazione
Ecologia della Salute, della Disoccupazione e della Guerra, Ovvero: La "Grande Inversione" dell'economia e dello stile di vita
di Nicholas Georgescu-Roegen
The entropy law and the economic process
Energia e miti economici
Bioeconomia
di Serge Latouche
Altri mondi, altre menti, altrimenti Oikonomia vernacolare e società conviviale
Sul concetto di sobrietà: Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti per tutti di Francuccio Gesualdi. Universale Economica Feltrinelli
In Internet:
https://www.altreconomia.it
https://www.cnms.it
https://www.decrescita.it
https://www.retelilliput.it
https://unimondo.oneworld.net/
https://www.unmondopossibile.net
Paola Amadei