giugno 2021
LA STRATEGIA SULL'IDROGENO E LA TRANSIZIONE ENERGETICA
La decarbonizzazione del sistema energetico italiano all’idrogeno verde passa attraverso l’idrogeno blu che può avvalersi di infrastrutture e tecnologie già disponibili e per questo capace di fare da volano nell’avvio di una domanda crescente.

La Commissione Europea prevede che entro il 2050 l’Europa dovrebbe arrivare ad essere un’area decarbonizzata, predisponendo un obiettivo intermedio da raggiungere per il 2030 che impone di portare le rinnovabili al 72% per la produzione di energia elettrica e conseguire contemporaneamente una riduzione delle emissioni di anidride carbonica al 55%.

Sono questi gli obiettivi da centrare e che dovrebbero avviare la transizione ecologica. Il tempo messo a disposizione dalla Commissione per realizzare tutto ciò sono 10 anni anche se ogni paese parte da una situazione iniziale diversa, ma il punto di arrivo dovrebbe essere uguale.

In questo senso ogni paese deve iniziare una strategia alla transizione che tenga conto delle specifiche condizioni di partenza e che identifichi il miglior percorso per giungere in maniera sostenibile a soddisfare gli obiettivi proposti dalla Commissione Europea. Questa è la sfida interna poi c’è la sfida esterna, altrettanto importante.

L’Europa intende contribuire alla decarbonizzazione in modo deciso, tuttavia la produzione totale di CO2, è abbastanza trascurabile rispetto a quanto prodotto globalmente e che è emesso in atmosfera da tutti gli altri paesi, quindi una seconda sfida non ben dichiarata ma ugualmente importante è che gli Stati Uniti siano rientrati nella partita della decarbonizzazione ed insieme all’Unione europea tentino di coinvolgere nello sforzo gli altri paesi per raggiungere l’obiettivo comune.

Sarebbe paradossale decarbonizzare con enormi sacrifici ed investimenti per poi rilevare, una volta trascorsi 10 anni, che altri paesi con disattenzione vanno a compensare il beneficio ottenuto con sacrificio, continuando ad emettere grandi quantità di CO2.

Esiste un problema di “moralization” cioè di condividere a livello planetario questa sfida, ovviamente prendendo atto delle enormi differenze che ci sono tra i paesi del mondo.
Le Nazioni Unite hanno assegnato un “budget”, una massima quantità di CO2 che può essere emessa per cercare di rispettare gli accordi di Parigi.

Se l’Europa intende mantenere l’aumento della temperatura globale indotta dall’effetto serra intorno al pianeta, causato dalla CO2, sotto i 2 gradi e possibilmente intorno all’1,5 gradi, ci sono scenari che indicano, per il prossimo decennio, una produzione di anidride carbonica non superiore a valori che variano tra i 600 e gli 800 miliardi di tonnellate di CO2 per l’Europa.

L’Italia ne produce annualmente un valore di poco inferiore a 50 miliardi di tonnellate l’anno e pertanto occorrerebbe che il nostro paese ogni anno diminuisse il suo contributo di una discreta quantità.

La questione è convincere tutti i paesi del budget che abbiamo calcolato e che ci consentirebbe di mantenere la temperatura globale sotto gli 1,5 gradi, accordandoci su quest’obiettivo e sulle modalità e le tecnologie da attivare per raggiungerlo.

La sostenibilità è sempre materia di compromesso, l’Europa e l’Italia devono raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione perché rilevanti ai fini della salvaguardia dell’ambiente, ma occorre anche ricordare che questo deve consentire alla società di andare avanti, alle persone di lavorare, di disporre di un sistema produttivo in equilibrio, quindi è necessario trovare un compromesso tra questi elementi, e ciò è cosa estremamente complicata; si rischia di scontentare gli uni e gli altri cioè le parti più attente all’ambiente e quelle più attente all’economia.

Riuscire a mediare/contemperare le due posizioni e costruire un percorso comune è questa la vera transizione alla sostenibilità possibile.

Per avviare fattivamente un percorso di transizione nei prossimi 10/20 anni occorre iniziare a porre le basi e valutare di anno in anno le situazioni per operare correttivi/aggiustamenti e rimodulazioni istantanei, se necessari, capaci di salvaguardare entrambi gli aspetti dell’economia e della sostenibilità.

Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza il 37% delle risorse sono dedicate alla parte ambientale ed a tale proposito sono stati individuati degli ambiti tecnologici di sviluppo strategico che vanno nella direzione della transizione alla sostenibilità ed in linea con quanto fatto dagli altri paesi europei.

Saranno fatti progetti molto forti, molto aggressivi; si tratta di installare grandi potenze di rinnovabili, di avviare grandi trasformazioni come potenziare la mobilità elettrica, realizzare percorsi infrastrutturali che vanno dalla biodiversità alle acque, all’agricoltura, alle fonti di energia, all’idrogeno e tutto questo richiede una catena di procedure da rendere estremamente agili e rapide.
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L’idrogeno come vettore di energia è una prospettiva, una delle grandi soluzioni per il futuro. Oggi però manca la domanda, o almeno è scarsa, mancano le reti ed i punti di accumulazione dell’idrogeno e se questo fosse verde e quindi ottenuto per elettrolisi, oggi costerebbe ancora troppo e sarebbe antieconomico.

Occorre quindi oggi predisporre le condizioni perché nel tempo più rapido possibile l’idrogeno diventi il vettore principale ed in questa direzione si stanno muovendo tutti i paesi dell’Unione Europea.

Ci sono tuttavia diversi elementi della trasformazione, stoccaggio e trasporto che occorre tenere presente, oltre ad individuare su quali leve agire per creare una domanda intelligente.

Il trasporto pesante su gomma, sia merci che trasporto pubblico locale (TPL), è certamente un ottimo candidato all’utilizzo dell’idrogeno insieme al trasporto ferroviario e navale; ed infatti in questi ambiti si trovano tecnologie pionieristicamente già avviate, altamente affidabili e soprattutto facilmente replicabili ma per una loro ampia diffusione occorre tempo.

Occorreranno dunque distributori di idrogeno sulle autostrade, oltre ad un’efficiente ed adeguata rete di distribuzione e di una rete di siti di accumulo a corredo. La transizione deve portare nel più breve tempo possibile all’uso di questo vettore energetico accompagnato contemporaneamente da politiche per renderlo disponibile a prezzi adeguati. In questo modo i trasporti ma anche le filiere industriali dell’acciaio, della chimica, del cemento ed in generale tutti i settori energivori o “hard to abate” (difficile da abbattere), potranno contribuire in modo determinante alla messa a regime della transizione all’idrogeno.

Non sarà possibile iniziare subito con l’idrogeno verde troppo costoso ma con il blu e dunque col metano che utilizza una tecnologia più economica ed in parte già diffusa ed utilizzata. Sarà questo il punto di partenza, per una successiva diffusione, la più rapida possibile, all’idrogeno verde.

Sarebbe auspicabile saltare la fase transitoria dell’idrogeno blu accedendo direttamente all’uso del verde, ma questo non permetterebbe almeno in una fase iniziale di avere un prodotto competitivo in grado di creare e poi trascinare una domanda che in molti settori occorre ancora creare.
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Difficilmente il mercato sarebbe in grado di rivolgersi a prodotti troppo costosi solo perché sono completamente verdi ma sicuramente il mercato pare essere pronto a pagare qualcosa in più perché almeno in parte è verde.

Tutto questo processo che tiene conto sia dei processi industriali di adeguamento, sia dei costi, ma anche degli oneri di trasporto e non ultimi quelli fiscali, deve essere osservato e tenuto sotto controllo in tempo reale perché la strategia durante la transizione deve essere adattativa e permettere in ogni momento di operare le variazioni necessarie alle criticità che la filiera potrà rivelare.

Il presente articolo, in cui è stato riportato soprattutto quanto ha affermato il Ministro della Transizione ecologica, ed uno successivo, che sarà pubblicato prossimamente, prende spunto dal seminario “La strategia sull’idrogeno e la transizione energetica”, promosso dal “Il sole 24 ore”.

Al seminario hanno partecipato: Roberto Cingolani – Ministro della Transizione Ecologica, Laura A. Villani – Manging Director & Partner Boston Consulting Group, Francesco Starace – CEO e Direttore Generale Enel, Claudio Descalzi CEO ENI, Marco Alverà – CEO Snam, Fabrizio Di Amato – Presidente di Maire Tecnimont, Mauro Micillo – Intesa San Paolo /IMI Corporate & Investiment Banking, Nicola Monti CEO Edison, Stefano La Porta – Presidente ISPRA , Pirroberto Folgiero – CEO Maire Tecnimont, Ugo Salerno – Chairman e CEO di RINA.
ARPATNEWS

 
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