settembre 2018
ZINO PENSIERO: Il mal d’Africa ed una figlioletta di colore.
I tempi mutano le mentalità e fanno cadere i pregiudizi. Tra la fine dell’Ottocento e i primi trenta anni del Novecento un diffuso sentire comune dava un peso eccessivo ed ingiustificato alla distinzione razziale.
Anche scrittori e poeti si cimentavano in questo campo e raccoglievano consensi tra i loro lettori.

L’Africa, in quegli anni, era oggetto di conquista. Ogni nazione europea aspirava ad avere un posto al sole nello scacchiere africano. Gli africani erano colonizzati, depredati delle loro risorse e sottomessi in vario modo all’espansionismo delle nazioni europee.
Ai nostri giorni sostenere tesi di superiorità razzistica sarebbe paradossale, forse anche ridicolo. Ormai le razze – giustamente – si mescolano, si rispettano reciprocamente e – tranne in ambienti retrogradi e fanatici - si accettano con soddisfazione reciproca.

Non fa meraviglia che in una famiglia contemporanea possano nascere dei bambini di colore, dato che i matrimoni non conoscono più pregiudizi di ordine razziale e nessuno si meraviglia del fatto che i figli o i nipoti possano annoverare tra i loro amici prediletti dei coetanei che non possiedono i loro stessi caratteri somatici.
Così non avviene in una interessante ed attuale novella, dal titolo “Zafferanetta”, pubblicata da Luigi Pirandello sul “Corriere della sera” il 27 maggio 1911 e che l’anno dopo venne compresa nella raccolta “Terzetti”.

Sirio Bruzzi, protagonista principale, è un “ulisside” che ama l’avventura e la partecipazione ad imprese pericolose. Ma, dopo tante esperienze avventurose, alla fine si trova a vivere in Congo, dove gli capita di avere una figlia da una ragazza, che dopo due anni l’abbandonò.
Quando la bambina ha cinque anni, Sirio ritorna in Italia da solo. I suoi parenti sono contenti del suo ritorno e gli fanno conoscere Norina.

Nasce un amore coinvolgente tra i due, al punto che decidono di sposarsi. Norina accetta il matrimonio, anche se Sirio le ha in precedenza confidato di avere una figlia, la piccola Titti.
Per farsi conoscere dai nuovi parenti, la bambina compie un viaggio verso l’Italia, accompagnata dal cugino di Sirio. Sorprendente e straniante è l’accoglienza riservata alla Titti, quando varca la soglia della sua famiglia.

Il narratore in questo caso si esprime col punto di vista di Norina: “Comprese, vide l’enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento, allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto.
Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi metallici.

Quand’egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch’essa color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d’ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po’ lividi, si sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio.” (Luigi Pirandello, Tutte le novelle a cura di Lucio Lugnani, vol. II, p. 589).

Norina, con una espressione moderna, avrebbe immaginato di vivere con Sirio in una sorta di “famiglia allargata”, che comprendesse la figlia di Sirio, la Titti, ma con la pelle bianca. In realtà le cose non stavano proprio così! Il narratore consapevole dei sentimenti del personaggio, ne narra con composta puntualità le intime ripercussioni, che in fondo sono il frutto di un sentire comune del suo tempo: il pregiudizio razziale.
Quando la piccola Titti comincia a star male, Sirio si rende conto che per la piccola e forse anche per lui comincia a fare un effetto disturbante il “mal d’Africa”. Così, alla fine, pur essendo sposato ed in attesa della nascita di un bambino, preferisce ritornare nel Continente nero.

“E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartì per il Congo con la piccola inferma e col cugino Lelli. Non tornò più.” (Op. cit., p.593). In fondo, il messaggio pirandelliano fa leva sulla sostanziale ingiustizia umana e sociale del pregiudizio razziale, e questa sua prerogativa gli fa acquisire dei meriti, se si considera che in quel tempo la supremazia razziale costituiva un sentire comune, che poi sfocerà nelle Leggi razziale del 1938 e poi nella rivista “La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi. (5 agosto 1938).
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su facebook e Su La Sicilia del 9 luglio 2018)

 
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