febbraio 2018
IL ZINO PENSIERO : Le "menzogne" del "comunicare".
In una trasmissione televisiva o in un dibattito dal vivo prende la parola uno scienziato che intrattiene il pubblico su un argomento di carattere scientifico; sicuramente egli offrirà agli ascoltatori una serie di informazioni attendibili e concrete: non inventerà cialtronerie.
Un attore recita un passo di Pirandello; cercherà di coinvolgere il pubblico; non infrangerà la fruizione artistica con la intrusione di termini o di boutades. Un fisico, che deve spiegare una complicata operazione scientifica, non farà ricorso ad ambiguità concettuali o ad un linguaggio equivoco.

Nel comunicare, specie quando si utilizzano i massmedia, l’argomento della comunicazione può condizionare lo svolgimento dell’atto comunicativo, se il tema non ha limiti definiti. Nella comunicazione il grado stesso di ambiguità può essere determinato anche dalla capacità attoriale del singolo comunicatore. Se si mettono assieme l’argomento non ben definito nella sua essenza e la demagogica capacità di sapere intrattenere l’uditorio, possono generarsi conseguenze perniciose sul piano della resa comunicativa e poi nella formazione delle opinioni degli ascoltatori.

Le partite di calcio costituiscono un territorio di vaste, cavillose, infinite disquisizioni di carattere tecnico (spesso tra improvvisati allenatori o pseudo competenti!). Eppure la partita giocata sul campo è stata seguita con attenzione, essa stessa possiede una sua oggettività verificabile, specie con i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia. Eppure la gara calcistica è vista in maniera diversa da osservatori differenti. E’ come se la reale partita avesse avuto una sua virtuale conformazione: della stessa partita di calcio, gli osservatori hanno visto quello che loro stessi hanno voluto vedere. La realtà è stata creata e modificata.

Capita di rivedere e risentire alla televisione qualche passaggio dei discorsi che i meneurs de foules, i dittatori del Novecento, tenevano alle folle osannanti nelle cupe, buie e orrende piazze. Noi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere nei libri, e non nella vita reale, i tristi e sanguinosi passaggi della storia del secolo scorso, sappiamo bene, perché tutto ciò è avvenuto, in quali orride vicende i meneurs de foules seppero condurre i loro superficiali seguaci, i loro entusiastici fans.

Quando sentiamo quelle demagogiche parole – pronunciate a suo tempo – e le confrontiamo con gli eventi storici già avvenuti e tristemente noti, ci convinciamo che forse quei dittatori presentavano alle folle “oceaniche” una realtà edulcorata, virtuale, ai dittatori stessi nota nella sua dimensione reale, ma che loro stessi nascondevano agli ingenui ascoltatori per presentare un mondo inesistente, inventato.

Pare che anche oggi nella comunicazione germinata da riferimenti ambigui, non sempre controllabili dalla conoscenza e dalla informazione si stia verificando qualcosa del genere. Si possono scagliare come pietre con una fionda anche le più assurde dicerie, inaudite infamie, offese irripetibili, accuse eclatanti. Si lancia la pietra e si nasconde la mano. C’è sempre tempo per smentire, per attenuare l’entità dell’offesa, per correggere e per rammaricarsi di avere pronunciato quelle frasi. In fin dei conti, si può sempre confidare sulla negligenza o sulla disattenzione dell’ascoltatore.

Esiste un mondo parallelo, scisso, staccato dalla realtà dove vagano, incontrollabili, le parole che trovano orecchie pronte e disposte a recepirle con soddisfatta gioia oppure coscienze libere che si irritano, ma poco possono fare per ripristinare il buon senso e la lealtà: un mondo irreale, metastorico e metafisico.
“Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d’un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d’assenza.” (G. Bufalino, Le menzogne della notte, p. 129).


Pubblicato su facebook e La Sicilia del 4 febbraio
Zino Pecoraro.

 
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