febbraio 2018
IL ROVO
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Il rovo (Rubus) è una pianta spinosa appartenente alla famiglia delle Rosaceae.
Il rovo è un arbusto perenne, sarmentoso, semisempreverde, originario dell'Europa centro-meridionale. Lo si può trovare in quasi tutta l'Europa, il Nord Africa ed il sud dell'Asia. E' stato introdotto anche in America e Oceania.

E' una pianta che si sviluppa sui terreni leggermente umidi e viene considerata una pianta infestante poichè colonizza rapidamente il terreno circostante e si sradica con difficoltà, ne il taglio ne l'incendio risultano efficaci. Spesso nei boschi i rovi formano delle vere barriere intransitabili. Cresce senza problemi anche nei luoghi assolati e polverosi, non gli importa di avere vicini calcinacci, desolazione e rovine.

Ha una grossa ceppaia, da cui si sviluppano numerosissimi fusti sottili, ricoperti da moltissime piccole spine .
Ogni anno il rovo produce molti polloni, che si possono sviluppare anche per alcuni metri in una sola stagione; i fusti sono densamente ramificati e talvolta prostrati, a formare un intrico spesso e impenetrabile.

È una arbusto semi-caducifoglia, infatti molte foglie restano anche durante l'inverno. Le foglie hanno un margine seghettato di colore verde scuro, di forma ellittica con punte acuminate.
Dei suoi fiori sono molto ghiotte le api, che consentono con il suo nettare la produzione di un ottimo miele.

Il frutto , le more, è un falso frutto, una drupa composta da tanti semini, i veri frutti, e da una polpa carnosa. Quando il frutto non è maturo è molto acido e a volte legnoso,è gradevole solo quando è maturo, e soprattutto se è prodotto da piante coltivate. In Italia il frutto è maturo in agosto e settembre.
La bontà dei suoi frutti era nota anche nell’antichità, infatti Virgilio scriveva: “è tempo di intessere canestri leggeri con virgulti di rovo”.

Esopo, nelle sue favole non dimentica il rovo. In quella de “LA VOLPE E IL ROVO” si racconta di una volpe che, nel saltare una siepe, scivolò e, stando per cadere, s’aggrappò, come sostegno, a un rovo. “Ahimè!”, gli disse dolorante, quand’ebbe anche le zampe insanguinate dalle sue spine, io mi rivolgevo a te per avere un aiuto, e tu mi hai conciato ben peggio”. “L’errore è tuo, mia cara”, le rispose il rovo, “hai voluto aggrapparti proprio a me che, d’abitudine, son quello che si aggrappa a tutto”. La morale può essere che spesso la paura dell'ignoto ci costringe a indietreggiare ed a fermarci anche se questo, a volte, può essere meno vantaggioso.

Nella fiaba Rosaspina dei Fratelli Grimm i rovi hanno una parte importante . Nel castello tutti gli abitanti , per un maleficio , erano addormentati e una grande quantità di rovi impediva a chiunque di penetrare. Ma dopo 100 anni un giovane principe disse: "Io non ho timore: attraverserò i rovi e vedrò la bella Rosaspina." cercarono di dissuaderlo in tutti i modi, ma egli non diede retta ad alcuno. Ora, proprio il giorno in cui il principe tentò l'impresa erano trascorsi cento anni. Quando si avvicinò al roveto, non trovò che fiori bellissimi che si scostarono spontaneamente al suo passaggio, ricongiungendosi alle sue spalle, sicché‚ egli passò illeso.

I rovi li possiamo anche trovare nell'affresco del 1525 di Agnolo Bronzino di "San Benedetto nei rovi" a Firenze in Santa Croce. Qui è rappresentato uno dei momenti più drammatici della vita del santo, quello in cui, per non farsi vincere dalle tentazioni, decide di gettarsi tra i rovi.
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Sempre vieni dal mare

Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve nell'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontato
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose -
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto.
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.



Cesare Pavese [19-20 novembre 1945]
questa poesia fa parte delle nove poesie che compongono “La terra e la morte” di Cesare Pavese

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Fonti:
www.arte.it
www.giardinaggio.it
it.wikipedia.org
www.giardinaggio.net



(foto Pixabay e Anna Zacchetti)
Anna Zacchetti

 
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