settembre 2017
GLI IMPIANTI A BIOMASSE
Vediamo innanzi tutto di capire cosa si intenda per “biomassa”.
Nel nostro pese non esiste una definizione chiara di cosa si intenda per biomassa sia per quanto riguarda la composizione, la provenienza e le modalità di utilizzo come combustibile.
L’unica possibilità per arrivare a definirla è costituita dalle procedure autorizzative dell’impianto che dovrà utilizzarla; l’art. 2 del DLgs 387/2003 si rifà testualmente alla direttiva 2001/77/CE e stabilisce che "... per biomassa si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura e dalle industrie connesse (comprese la pesca e l’acquacoltura), nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani ”comprese anche piante specificamente coltivate per la produzione di energia”.

Tutti questi materiali possono essere riutilizzati principalmente per la produzione di carburanti biologici (biofluel) e la generazione di energia elettrica e termica (biopower); molte biomasse, inoltre, attraverso uno specifico processo di digestione anaerobica, possono essere trasformate in biogas.

Quando credevamo di avere capito tutto, ecco che un decreto (articolo 183 "Definizioni" del D.lgs. 152/06 e ss.mm.ii.) ci spiega che c’è un'altra frazione di biomassa ovvero il Css (combustibile solido secondario) che si ottiene dalla componente secca dei rifiuti non pericolosi, quali plastica ,carta, tessile,ecc. il cui utilizzo è consentito sia in impianti industriali quali cementerie, acciaierie, centrali termoelettriche, sia in impianti appositamente dedicati alla produzione di energia.
La sua produzione e il suo utilizzo sono poi disciplinati dal DM n.22 del 14/2/2013 che individua le specifiche merceologiche, le tipologie di rifiuto che possono essere utilizzate nella produzione e gli impianti nel quale questo può essere utilizzato.

Vi era già una corrente di pensiero perplessa sull’utilizzo di sfalci, legna ed altro materiale vegetale in quanto, oltre al co2 incorporato nel legno, si sviluppano emissioni di sostanze volatili quali diossine, metalli pesanti e particolato ultrasottile (nano polveri) ed ora si aggiungono le perplessità sull’utilizzo di ex rifiuti (non più tali per mero decreto).
La considerazione più condivisibile su tutto quanto sopra ricordato, che ho trovato in letteratura, è che se tale modalità di produzione dell’energia sono sostitutive di altre più inquinanti, allora il bilancio ambientale sarebbe accettabile, se aggiuntiva allora non è ecocompatibile.

Altro aspetto sollevato da più fonti è la necessità, prima di costruire qualsivoglia impianto, di avere garanzie sulla giusta quantità materie prime di origine vegetale, rinnovabili nel tempo, ovvero che la produzione di sfalci, potature e residui vegetali vari, sia gestibile in maniera efficiente e con continuità in aree di prossimità.

A questo proposito si segnala il possibile sfruttamento di una graminacea, nota come miscanto, la cui implementazione è già stata fortemente attivata all’estero: in Germania, in Danimarca, in Svizzera, nel Regno Unito, in Polonia, in Austria. In Francia, per esempio, la coltivazione del miscanto si é sviluppata soprattutto dal 2007: la superficie coltivata é passata da diverse decine di ettari nel 2006 a molte migliaia di ettari oggi
Noto come pianta ornamentale a fiori, in Europa, dagli anni trenta, il miscanto é oggi coltivato soprattutto come biomassa vegetale. Le sue canne possono raggiungere i 4 metri di altezza. Queste si raccolgono secche alla fine della loro senescenza, tra marzo e aprile, quando il loro tasso di umidità é inferiore al 17%.

Il Miscanthus giganteus consente numerosi tipi di utilizzo: per la produzione di energia e di materiali da costruzione prima di tutto, ma anche di lettiera e di pacciamatura. (Fonte: Novabiom.com).
Ma in Italia, qual’è lo stato dello Biomasse?
“Nonostante l’EEA abbia sottostimato di c.a. il 40% le sue valutazioni del 2006 sul potenziale di produzione bioenergetica, nel 2010 le biomasse hanno fornito c.a. il 7,5% dell’energia utilizzata nell’Unione Europea (UE): un dato che secondo le previsioni potrebbe salire al 10% c.a. nel 2020.

Si veda a questo proposito il documento del EEA posto in ALLEGATO N°1.

Tra i Paesi considerati col più alto potenziale bioenergetico nel 2020 vi è anche l’Italia, insieme a Francia, Germania, Spagna e Romania.
Secondo i dati forniti dal GSE, il Gestore dei Servizi Energetici per la promozione dello sviluppo sostenibile, nella prima edizione del rapporto “Le biomasse e i rifiuti”, a fine 2008, in Italia, gli impianti alimentati da biomasse e rifiuti sono 352, per un totale di 1.555 MW di potenza installata e una produzione di 5.966 Gwh.

In sintesi la produzione da solidi è incrementata dal 2004 al 2008 secondo un tasso medio annuo pari al 6,6% e quella da biogas dell’8,1%.
In Italia settentrionale si registrano le più alte quote di produzione realizzata grazie al contributo della Lombardia e dell’Emilia Romagna, rispettivamente con il 22,9% ed il 14,9%.
Il Lazio, in Italia centrale, mostra rispetto al le regioni confinanti il valore più elevato di produzione, pari al 4,6%.
Nel Sud, emergono regioni quali la Puglia e la Calabria; si distinguono con quote di produzione rispettivamente del 13,4% e del 13,2%.

Fanalino di coda sono le isole. La Sardegna si attesta sul 3,0%, mentre la Sicilia presenta un valore pari all’1,3%” (fonte: tuttogreen. it)
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Come si può vedere, molti sono gli aspetti da analizzare prima di sposare in modo generalizzato sul territorio questo tipo di impianto; le considerazioni favorevoli possono essere così riassunte:

• Le fonti di approvvigionamento sono rinnovabili ed abbondanti, inoltre una accurata gestione le potrebbe garantire in modo continuo per tutto l’anno e negli anni;
• La gestione e la estensione di tali fonti si deve muovere nel senso del recupero di aree oggi considerate improduttive o marginali e nella rigenerazione di aree disboscate;
• Altri risultati ottenibili sono costi di produzione ridotti e nuova occupazione aggiuntiva;
• La biomassa è una delle fonti di energia più pulite;
• Le emissioni sono per lo piu quelle legate al contenuto delle masse legnose ed arboree, senza incrementi aggiuntivi di co2;

Le considerazione che inducono ad una certa prudenza sono:

• Gli impianti di nuova generazione consentono elevata qualità e rendimento, al contrario di molti di quelli attivi da tempo che segnano rendimenti energetici di poco superiori al 25%;
• Gli incentivi, di recente confermati con la legge di stabilità, sono gli stessi sia per vecchi che per nuovi impianti e ciò fino al 2020. Per fortuna l’erogazione dell'incentivo è subordinata alla decisione favorevole della Commissione europea in esito alla notifica del regime di aiuto.
• C’è il pericolo che la implementazione di fonti vegetali avvenga a discapito di produzioni esistenti e non in modo aggiuntivo.



Si veda il documento dell’EEA ”Le produzioni di bioenergia devono usare le risorse in modo più efficiente” posto in ALLEGATO N°1.

Fonti:
Osservatorio energia provincia di Trento,
Arpa Veneto,
Tuttogreen.it,
Novabiom.com,
Wikipedia,
Quale energia.it

Sergio Saladini

 
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