maggio 2017
I DANNI COLLATERALI DELLA DE-CARBONIZZAZIONE
La conclusione del rapporto della Chatham House, [riportato da Gianni Silvestrini su QualEnergia - anno XIV-5] secondo cui le cinque più importanti multinazionali petrolifere dovranno scegliere tra la gestione intelligente del declino e il rischio di un rapido collasso, sembra ormai influenzare l’allocazione dei futuri investimenti destinati all’approvvigionamento di energia.

Infatti, rispetto al periodo 2000-2015, quando il 70% degli investimenti complessivi in approvvigionamento è confluito verso le fonti fossili, lo scenario descritto dalla IEA nel recente World Energy Outlook 2016, prevede che da qui al 2040, tale quota, su un ammontare complessivo di 44.000 miliardi di dollari, scenda al 60% e che circa il 20% sarà destinato alle energie rinnovabili. Inoltre la IEA prevede che un ammontare addizionale di 23.000 miliardi di dollari sarà consacrato al miglioramento dell’efficienza energetica.

La IEA stima infatti che al 2040 i combustibili fossili (Coal, Oil, Gas) perderanno 10 punti di mercato rispetto al 2014 (dall’87% al 77%) e che le fonti rinnovabili aumenteranno dal 9% del 2014 al 17% nel 2040. Il resto è rappresentato dal nucleare che secondo IEA dovrebbe passare dall’attuale 4% al 6%.
Come ho avuto modo di illustrare in un mio precedente scritto (vedi www.officinadellambiente.com "Cambiamenti climatici e terrorismo" gennaio 2016) lo spostamento di un punto percentuale da una fonte all’altra vale circa 43 Miliardi di dollari. Da qui ogni valutazione sulla posta in gioco…

E’ evidente quindi come diminuzioni consistenti sia nella produzione, sia nella trasformazione e distribuzione di combustibili fossili, siano forieri di importanti scompensi economici e occupazionali nei differenti comparti. Considerando solamente la fase di estrazione, queste diminuzioni hanno già portato a squilibri economici nelle location dove essi vengono estratti. Dalla nostrana miniera del Sulcis fino alle miniere del Kentucky, usate recentemente come serbatoi di voti da parte di Donald Trump, passando per le miniere del Galles di Thatcheriana memoria. Senza parlare di ciò che succederà in Cina con la chiusura a raffica di centinaia di miniere di carbone.

Il comparto petrolifero non sfugge a questa regola e laddove lo si estrae, sono messe in crisi consolidate “rendite petrolifere” che vengono distribuite a fette consistenti di popolazione. In Arabia Saudita, per esempio, tale rendita mantiene i 2/3 della forza lavoro “indigena” tipicamente impiegata negli uffici statali. In Libia la rendita petrolifera mantiene almeno il 15% di tutta la popolazione, ossia quella inquadrata nelle “Milizie”, ovvero un migliaio di gruppi armati pagati regolarmente dalla Banca Centrale Libica a valere sui proventi della vendita di tutto il petrolio estratto.
Ciò significa che all’incirca un milione di persone, peraltro piuttosto giovani e bellicose, rischiano di non essere pagate a fine mese, in quanto in balia della sovra-produzione di oro nero e dei suoi prezzi stagnanti.

E’ la de-carbonizzazione, baby … Ma c’è qualcuno che ha voglia di andare a spiegare ai libici, ai nigeriani, ai sauditi, agli iracheni, ai venezuelani, che non bisogna più estrarre e consumare petrolio per salvare il Pianeta dai Cambiamenti Climatici?

E loro chi li salva dalle ristrettezze economiche causate dalla riduzione della rendita petrolifera, aggravate peraltro dalle siccità che stanno già devastando l’Africa e il Medio Oriente?
Siamo di fronte a un paradosso: da una parte la sostenibilità ambientale è la condizione necessaria per la sostenibilità economica e sociale ma, dall’altra parte, il processo di de-carbonizzazione di una società ormai fortemente compenetrata con il mercato delle fonti fossili, sta innescando delle rivolte contro quegli establishment che lavorano per un futuro ambientalmente sostenibile, identificati come élite lontane dai comuni cittadini.

La conversione ecologica auspicata da Alexander Langer, lungi dall’affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile, rischia di diventare l’apoteosi del negazionismo, delle guerre di religione, delle migrazioni di massa e, in ultima analisi, della difesa dello Status Quo, in cui rischiamo di precipitare assieme al collasso delle fonti fossili.
Sergio Zabot

 
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