settembre 2018
IL GRANDE FIUME ARTIFICIALE: GREAT MAN-MADE RIVER
foto Gheddafi è stato assassinato il 20 ottobre 2011, in circostanze particolarmente disgustose, e dieci giorni dopo, l'alleanza USA-NATO ha concluso la sua guerra lampo in Libia. L’allora Segretario di Stato USA, ribattezzata “the Queen of Chaos”, in una intervista alla CBS aveva commentato ridacchiando: “we came, we saw, he died”, che era un buon indicatore di come l'Occidente amante della pace avesse perpetrato la devastazione di un paese il cui presidente aveva sicuramente molti difetti ma il cui principale errore era stato quello di minacciare la nazionalizzazione delle risorse petrolifere del suo paese, che erano nelle mani degli oligarchi statunitensi ed europei.

Il quotidiano The Guardian, normalmente sano di mente, ha riferito che l'operazione aveva dimostrato "una combinazione unica di potenza militare che poteva costituire un modello per la guerra futura" mentre il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, proclamava la fine di "un capitolo di successo nella storia della Nato”.

Il "capitolo di successo" aveva comportato 9.600 attacchi aerei che, tra le altre distruzioni, hanno debilitato l'approvvigionamento idrico della Libia, prendendo di mira gli impianti idrici statali del progetto Great Man-Made River (il Grande Fiume Artificiale), un ingegnoso sistema di irrigazione che trasportava acqua dalle falde acquifere sotto del deserto meridionale della Libia a circa il 70% della popolazione. "Come il Christian Science Monitor riferì nel 2010, "The Great Man-Made River, era l'ambiziosa risposta di Gheddafi ai problemi idrici del paese, irrigando grandi fattorie nel deserto della Libia. Una rete di 4.000 km di tubi portava l'acqua da quattro grandi falde acquifere sotterranee nel sud della Libia ai centri abitati del nord. I pozzi punteggiano il percorso dell'acqua, consentendo agli agricoltori di utilizzare la rete idrica nei loro campi. Ora non lo fanno più, costringendo decine di migliaia di lavoratori, operai, contadini, allevatori, per lo più stranieri, a spostarsi sulle rive del Mediterraneo.

Grazie NATO, per aver liberato la Libia.


(tratto da: “Lessons That Should Have Been Learned From NATO’s Destruction of Libya by Brian Cloughley”www.counterpunch.org )



In un articolo dell’11 novembre 2016, il Fatto Quotidiano racconta:

Le acque dolci che si trovano nel sottosuolo della Terra sono all’incirca 22,6 milioni di chilometri cubi, una cifra rilevante a fronte del volume di quelle superficiali che ammonta a circa 100.000 chilometri cubi. Le acque del sottosuolo che partecipano attivamente al ciclo idrogeologico sono soltanto una piccola parte del totale, il 6%, mentre il resto è situato a grandi profondità frutto di un accumulo durato migliaia o addirittura milioni di anni che ha tempi molto lunghi di ricarica.

Il Nubian Sandstone aquifer è la più grande falda acquifera fossile mai scoperta collocata sotto quattro paesi africani, Egitto, Libia, Sudan e Ciad e contiene un volume di acqua, stimato dai ricercatori del British Geological Survey, di 100 volte il volume di acqua che cade ogni anno nel continente.

In Libia negli anni ‘80 è stato ideato un progetto denominato Great Man-Made River (Grande Fiume Artificiale) il cui scopo era quello di convogliare acque fossili del Nubian Sandstone aquifer e renderle disponibili all’utilizzo umano, sfruttando l’enorme bacino sotterraneo di 35.000 km cubi situato sotto il deserto del Sahara. Il bacino delle acque fossili del Sahara si trova tra i 600 e i 2.000 metri di profondità e, nel solo settore Libico, ovvero nel bacino di Kufra, la sua capacità è stimata in oltre 20.000 km cubi.
Questo acquedotto, il più grande al mondo, composto da 4.000 Km di condutture di calcestruzzo precompresso, aventi un diametro di quattro metri, ha avuto un costo di 30 miliardi di dollari. Tutto il materiale per realizzare il progetto è stato prodotto in Libia con le risorse che il paese ricava dai proventi petroliferi.

Utilizzando molti lavoratori stranieri sono stati costruiti i tubi per il trasporto, i grandi serbatoi che immagazzinano l’acqua, le stazioni di pompaggio che controllano il flusso verso le città e tutto il sistema di distribuzione, regolazione e controllo.
L’acquedotto è sepolto nella sabbia per evitare l’evaporazione ed è in grado di trasportare ogni giorno 6 milioni e mezzo di metri cubi di acqua dalle zone di prelievo di Jabal, Kufra e Tazerbo, nel sul del paese, fino a Tripoli, Bengasi, Tobruk e Sirte. Le stime della disponibilità di acqua fossile variano notevolmente: tra un minimo di 50 anni ad oltre 1000 anni, sulla base delle diverse stime e dei livelli attesi di consumo.

Le prime tre fasi del progetto sono state completate. La prima e più importante ha fornito due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo una conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, ed è stata inaugurata nell’agosto del 1991. La seconda fornisce un milione di metri cubi di acqua al giorno per la fascia costiera occidentale e per Tripoli. La terza fornisce acqua a Tobruk e la costa con un nuovo sistema di pozzi. Le ultime due fasi del progetto, non ancora realizzate, avrebbero dovuto unire tutta la rete di distribuzione che, una volta ultimata, avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra irrigata da coltivare.

Nel luglio 2011 la Nato, nella guerra per cacciare Gheddafi, ha bombardato il Grande Fiume e le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega. La fornitura di acqua per il 70% della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata quindi compromessa creando danni alle infrastrutture. I bombardamenti sono continuati colpendo l’acquedotto in altri punti nevralgici, danni che oggi si stanno riparando grazie ad un contratto con l’Olanda, la quale intende anche portare a termine l’opera.

La fine del regime di Gheddafi ha riattivato antiche inimicizie tribali, le regioni del sud della Libia che sono interessate ai pozzi dove si preleva l’acqua minacciano di continuo la secessione dal governo di Tripoli. Anche l’Isis rappresenta una potenziale minaccia, infatti se saranno sconfitti a Sirte e negli altri centri dalla costa libica la loro fuga verso il sud della Libia, molto probabile, potrebbe rappresentare un’ulteriore minaccia con azioni di sabotaggio sia ai pozzi petroliferi sia alle infrastrutture del Grande Fiume Artificiale.
Sergio Zabot

 
stampa articolo
Politica dei Cookie       -       Design & Animation: Filippo Vezzali - HTML & DB programming: Alain Franzoni